POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
In calce alla home page, così come sulla destra della stessa, potete leggere i miei quattro e-book, basta cliccare sulla copertina, e si apriranno le pagine. Buona lettura!

sabato, maggio 20

LA PERDITA di Silvio Coccaro

La Perdita
ovvero
Rozzolanno ’ngimma lo fravecone[1]


I Guivini sono il terreno che più ci piace, tutta la nostra famiglia vi trascorre gran parte dei giorni dell’anno. La parte che guarda al fiume Alento è di papà, mentre quella che è più vicina al paese è di Nicola. Le due proprietà differiscono per la loro conduzione: la nostra viene arata coi buoi ogni due anni, è ricca di piante da frutto e vi si semina il grano. Papà vi ha costruito un sistema di cunette e di solchi per drenare l’acqua piovana che specialmente d’inverno è tanto abbondante da causare danni. La parte superiore, invece, è da tanti anni incolta, non l’ho mai vista arata ed è ricca di querce maestose che però hanno alcuni rami secchi ed altri verdi ma infestati dal vischio.
È domenica, la scuola è un ricordo sfumato, stao[2] ’ngimma nu fravecone mentre mio padre con grande fatica zappa la terra antistante il pozzo per ricavarne l’orto. Il sole dardeggia dal cielo azzurro e riscalda l’aria che risuona di un chiassoso e monotono frinire di cicale. Cerco ripetutamente di trovare delle piccole pietre per fare una casetta. Ma ogni tentativo edile fallisce, tuttavia non demordo e ricomincio ogni volta d’accapo.
Alla base del fravecone, una spaarognola[3] verde e rigogliosa attrae il mio sguardo. La scruto dall’al-to al basso per individuarne l’emergenza dal terreno alla ricerca di turioni teneri. Ma ahimè, la loro stagione è già trascorsa e sono diventati piante adulte non più commestibili.
Sopra di me, due cornacchie attraversano l’aria emettendo sonori cra – cra e poi scompaiono alle spalle re lo Tempone. Papà ogni tanto alza lo sguardo verso di me per controllare che sto facendo e notando che me ’nnartoleio[4] a cercare sassi ’ngimma lu fravecone, continua tranquillo il suo lavoro. Abbassa velocemente e con maestria la zappa che s’insinua nella terra dura e compatta sollevandone ad ogni colpo una gliemba[5]. Essa è ancora umida e in quella rivoltata nei giorni precedenti si sono formate alcune pozze d’acqua in cui si specchia il cielo. Un alito di vento ne increspa la superficie, disegnandovi onde lente ed irregolari.
Parlo tra me e me ininterrottamente, cerco di inventare qualche parola nuova e quella che mi riesce meglio, pur non avendo alcun significato, è: «artcolica». Ogni nuova scoperta la pronuncio ad alta voce sul sottofondo delle cicale. Tutto questo vano soliloquio infantile viene interrotto verso mezzogiorno dall’arrivo di mamma. Ci fa disporre alla base del pero spadone che sormonta la fraveca[6] di delimitazione dei campi, quindi prende il cuofino[7] che porta sul capo e lo depone sull’erba. Accanto vi poggia la spara[8] che ne ha permesso il trasporto lungo la via accidentata che dal paese l’ha condotta fino a noi e che poi continua fino al fiume. Papà ha già sospeso momentaneamente il suo duro lavoro. Mangiamo e parliamo tra noi allegramente…
Ho un sussulto, non trovo la posizione adatta, mi giro e mi rigiro sotto il lenzuolo finché mi sveglio e mi accorgo che le parole del mio sogno fanno parte solo del mio passato lontano, della mia infanzia. La mia giovinezza e la mia maturità le ho trascorse spesso lontano dai luoghi originari della mia lingua natia, perdendola. Da un po’ di tempo sono ritornato al paese e cerco di farla rivivere con le mie sorelle, che hanno sperimentato vicissitudini simili alle mie. Ma oramai non sappiamo rendere in italiano, la nostra lingua attuale, tante sue parole ed espressioni. Ne intuiamo il senso di massima, il contesto, ma non il significato esatto. Essa se ne è andata come se ne sono andati i nostri cari, lasciandoci soli e diversi ma siamo fieri di loro e delle nostre origini.



[1] Rovistando sul cumulo di pietre.
[2] Sto
[3] Asparagina
[4] Mi intrattengo
[5] Zolla
[6] Muro a secco
[7] Canestro
[8] Cercine di stoffa che le donne si mettevano sulla testa, a mo’ di corona, per appoggiarvi l’oggetto da trasportare.

Silvio Coccaro

Nessun commento:

Posta un commento