POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
In calce alla home page, così come sulla destra della stessa, potete leggere i miei quattro e-book, basta cliccare sulla copertina, e si apriranno le pagine. Buona lettura!

domenica, dicembre 17

L'HACKER E LA SUA CULTURA di SILVIO COCCARO

L’hacker e la sua cultura
a cura di Silvio Coccaro, MD

 

«Hacker» è il termine inglese del diciassettesimo secolo che identificava il «lusty laborer» cioè il «lavoratore alacre» che con la zappa rovesciava le zolle di terra: lo zappatore. Il Jargon file, un compendio dello slang del settore informatico, definisce l’hacker come: «Una persona che ama esplorare i dettagli dei sistemi programmabili ed ampliare le proprie capacità, al contrario della maggior parte degli utenti, che preferisce imparare solo il minimo necessario» e l’RFC 1392 o Internet Users' Glossary: «Una persona che si diletta nell'avere una comprensione intima del funzionamento interno di un sistema, come un computer o in particolare le reti di computer».
È a partire dal 1945 circa, con la costruzione del computer ENIAC, che alcuni programmatori, in origine fisici od ingegneri, si resero conto che la loro esperienza informatica si era tramutata non solo in una professione, ma soprattutto in una passione.
Negli anni 60 questa cultura mosse i passi successivi nel Tech Model Railroad Club e nell’Artificial Intelligence Laboratory, entrambi del Massachusetts Institute of Technology, ad opera di programmatori e progettisti che amavano affrontare creativamente le sfide intellettuali, rappresentate dai limiti dei sistemi software, per raggiungere orizzonti nuovi ed intelligenti. Definirono come «hacking» la programmazione svolta con gioia e con curiosità. Ciò si inquadrava bene anche con gli scherzi degli studenti del MIT atti a dimostrare la loro competenza scientifica e la loro intelligenza.
Secondo Richard Stallmann essi erano attratti principalmente dall'amore per la programmazione eccellente: «Guarda com'è meravigliosa! Scommetto che non la ritenevi realizzabile!» Questo tipo di cultura era diffusa anche nei campus universitari dell'Università della California a Berkeley e della Carnegie Mellon. Questi hacker, diremmo autentici, si differenziano da quelli che con termine dispregiativo sono definiti «cracker», cioè da coloro che sfruttano per scopi malevoli le vulnerabilità dei sistemi informatici.
Nel film War Games [1983] fu sceneggiata un'intrusione informatica nel NORAD [North American Aerospace Defense Command] che fece sorgere nell'opinione pubblica americana l’apprensione per una minaccia effettiva alla sicurezza nazionale. Questa preoccupazione assunse maggiore consistenza allorché una banda di adolescenti di Milwaukee, Wisconsin, conosciuta come «The 414s», irruppe nei sistemi informatici americani e canadesi quali il Los Alamos National Laboratory, lo Sloan-Kettering Cancer Center e la Pacific Bank. Newsweek pubblicò una copertina dal titolo «Beware: Hackers at play», accompagnato dalla foto di Neal Patrick, il portavoce della banda. Questo sembra essere il primo impiego peggiorativo della parola hacker da parte dei mass media.
I cracker a loro volta si dividono in «buoni» o «White hat» che ricorrono alle loro competenze e conoscenze per scoprire e correggere a scopi difensivi le falle di sicurezza dei sistemi informatici e «cattivi» o «Black hat» che usano le stesse abilità per creare software dannosi (quali virus, cavalli di Troia, worm e rootkit) per potersi infiltrare illegalmente con intenzioni malevole nei sistemi prescelti. I «Grey hat», invece, operano per divertirsi o per conoscere allo scopo di correggere o sfruttare le vulnerabilità, solitamente non per trarne vantaggi economici. In genere non sono pericolosi ma talora possono essere contigui ai «Black hat».



Nella galassia dei «cracker» gli «Script kiddie»  sono quelli non particolarmente qualificati che si basano principalmente sulla fortuna, i «Phreak» sono invece più esperti e i «Warez d00dz», violano le protezioni dei software shareware o programmi «prova per poi comprare» ricorrendo alla Reverse Engineering ovverosia alla decompilazione degli eseguibili.
Gli hacker hanno anche un’etica, originata al MIT e all'Homebrew Computer Club e stigmatizzata così da Steven Levy nel libro «Hackers: Heroes of the Computer Revolution»:
·      L'accesso ai computer ed alle informazioni dovrebbe essere illimitato.
·      Gli hacker dovrebbero essere valutati per il loro hacking e non per i gradi, per l'età o per la razza.
·      È possibile creare opere d’arte sul computer.
·      I computer possono migliorare la nostra vita.
Dalla metà degli anni '90, i «White hat hacker» attivi contro il crimine, noti come Cyber Angels, esplorano continuamente il Web per combattere la pornografia infantile e il cyber stalking.
A volte, invece, i cracker vengono assunti legalmente nelle amministrazioni pubbliche o nell’industria. Infatti, come esempio di ciò, segnaliamo che la NSA ovverosia la National Security Agency offre la certificazione CNSS 4011 che riguarda tecniche di «hacking» sia metodiche che etiche e la gestione dei team. Gli attaccanti sono i team «rossi», i difensori sono i team «blu». Nel DEF CON del 2012, l'Agenzia informò i candidati che «se avete alcune pecche a vostro carico, non allarmatevi, non dovreste presumere che automaticamente non sarete assunti».
Quindi la cultura hacker è figlia della curiosità intellettuale ma rappresenta anche il rifiuto di qualsiasi tecnologia non accessibile e non gestibile autonomamente in quanto non si avrebbe la piena proprietà di un bene acquistato se poi non si può, in caso di necessità, ripararlo se vi sono segreti a suo riguardo.

Silvio Coccaro

venerdì, dicembre 15

NON POSSIAMO INCONTRARCI? VI INVITO VIRTUALMENTE A CASA MIA!

Ormai mancano solo 10 giorni al Natale, ed io ho preparato un minuscolo presepe con statuine peruviane, e un alberello altrettanto piccolo, ma molto luminoso, anche se le foto non sono riuscite al meglio.







Ma che Natale è senza un dolce tipico irlandese, che però è diventato tradizione in tutta la Gran Bretagna? 
Avevo acquistato a Londra un Christmas Cake, e ho voluto cercare la ricetta, per realizzarlo nella mia cucina. Ci sono molte versioni, ma io ho usato questa, 
Avrai bisogno di...
  • 600 g uva passa o sultanina
  • 100 g ciliegie candite
  • 250 g frutta essiccata (datteri e fichi) finemente triturata
  • 400 ml brandy (o whisky, sherry, Tia Maria, rum..)
  • 300 g burro, a temperatura ambiente
  • 200 g zucchero di canna meglio il muscovado
  • 1 limone
  • 4 uova, a temperatura ambiente
  • 2 cucchiai melassa (io ho usato lo sciroppo d'acero)
  • 300 g farina
  • ½ cucchiaino di zenzero in polvere
  • 1 cucchiaino cannella in polvere
  • un pizzico noce moscata
  • 150 g mandorle tritate finemente
  • 150 g noci, spezzettate
Come si fa...
Il giorno prima.
  1. Metti la frutta secca con i brandy in un contenitore ermetico. Versa quindi in una ciotola, e lasciala lì ad ammorbidire.
Il giorno seguente.
  1. Riscalda il forno a 150°C e fodera con due strati di carta da forno la base e i bordi di uno stampo rotondo da 23 cm di diametro o quadrato da 20 cm di lato. I lembi della carta dovranno avanzare di circa 8 cm su ogni lato.
  2. Se vuoi la tua torta particolarmente umida, frulla metà della frutta ammollata in un frullatore ed unisci nuovamente al resto della frutta.
  3. In una ciotola grande, monta il burro e lo zucchero finché diventino leggeri e spumosi. Aggiungi la buccia di limone grattata e le uova, una per volta. Unisci anche la melassa. Setaccia la farina e mescolala con le spezie e le mandorle tritate finemente. Unisci al composto di burro e zucchero, alternandolo con la frutta ammollata nel brandy. Alla fine, aggiungi le noci. Versa il composto nello stampo e cuoci in forno per circa 3 ore. Dopo 2 ore e ½ controlla e guarda di nuovo dopo circa 20 minuti, finché uno stuzzicadenti infilato nel centro non esce pulito.
  4. Appena togli la torta dal forno, spennellala con un po' di brandy. Lascia raffreddare nello stampo per circa 5 minuti, poi toglila e mettila su un foglio di carta stagnola grande. Avvolgila due volte per trattenere il calore. Dopo qualche ora, togli la stagnola ed avvolgi di nuovo in due fogli di carta da forno e due fogli di stagnola, facendo in modo che tu abbia accesso alla torta dall'alto. Conserva in un contenitore ermetico per 2 - 12 settimane. Durante questo tempo, puoi nutrire la torta di quando in quando con dell'alcol di tua scelta, versandone un po' dall'alto e poi coprendola di nuovo.
Molto elaborata, vero? Noi italiani siamo abituati a portare in tavola una ciotola di frutta secca, in questo caso, la troviamo tutta dentro questo meraviglioso e gustosissimo dolce, e ne basta una piccola porzione per gustare il sapore del Natale, e per sentirci sazi. Altro che fette di panettone o pandoro!

























Prova assaggio. 

Non è una torta tradizionale italiana e nemmeno rientra nelle nostre ricette natalizie familiari… beh, fino a quest’anno. Perché dal prossimo anno questo diverrà un appuntamento irrinunciabile. E’ una torta ricca, corposa, piena di frutta, in cui tutti gli ingredienti sono bilanciati alla perfezione. Assomiglia lontanamente al nostro panforte, ma è meno dolce: io lo preferisco. L’aroma del brandy unito alla frutta essiccata e alle noci sa di Natale, di Christmas Carol sotto la neve, di carta frusciante e fiocchi di raso… Non vedo l’ora di poter finalmente addentare una fetta spessa di Christmas cake. Fino ad ora ho potuto solo sbocconcellare qualcosa, mentre via via aggiungevo allegramente un po’ di brandy alla creatura!
C'è chi lo riveste di glassa, chi lo decora in mille modi, ma tutto quello zucchero toglie il vero sapore del Christmas Cake. 
Ecco a  voi qualcosa del mio Natale. Quest'anno non ho fatto lavoretti, non ne ho avuto il tempo e neppure la voglia, ma vi suggerisco di farvi un bel giretto al supermercato per rifornivi degli ingredienti necessari, e provate a variare classico dolce natalizio italiano con questo, i vostri ospiti ne saranno stupiti e si leccheranno i baffi...anche quelli che non li hanno. 
BUON NATALE!

Danila 

martedì, dicembre 12

L'agnello belava dolcemente di J.R. Jimenez



L'agnello belava dolcemente.
L'asino, tenero, si allietava in un caldo chiamare.
ll cane latrava quasi parlando alle stelle.
Mi svegliai...
Uscii.
Vidi orme celesti sul terreno fiorito
come un cielo capovolto.
Un soffio tiepido e soave velava l'alberata:
la luna andava declinando in un occaso 
d'oro e di seta.
Aprii la stalla per vedere se Egli era là...
C'era...

Juan Ramon Jimenez

Questa è Poesia con la P maiuscola. Non ha rime, non ha metrica, è una Poesia che scaturisce direttamente dal cuore. Ma quel che più mi commuove, è che Egli c'era...dentro la stalla. Lui c'era, perché Jimenez lo portava dentro l'anima. Tutti noi dovremmo prendere spunto da questo fatto: Gesù vive se lo accogliamo nel nostro Castello Interiore. 
Buon Natale! Che sia la Sua Luce ad illuminare il mondo, non le luminarie appese lungo le strade.

Danila Oppio

sabato, dicembre 9

COMUNICATO - Di Renata Rusca Zargar

COMUNICATO


Lo scorso Settembre, HWPL, un’Associazione Koreana non governativa, senza scopo di lucro, che si adopera per la pace nel mondo, ha organizzato un summit internazionale con 1200 invitati da paesi stranieri. Tra gli ospiti c’era anche Zahoor Ahmad Zargar, in qualità di rappresentante della Comunità islamica italiana. Auto con le bandierine, camerieri che si inchinavano a metà busto,  porte girevoli, un hotel-grattacielo sterminato perso tra grattacieli altissimi… Forse, la gente che frequenta questi luoghi non è la gente che noi siamo abituati a frequentare. Ma quella volta era diverso: in coda ad attendere il check-in o gli ascensori c’erano  personaggi particolari: lama tibetani, donne arabe, signore africane... Arrivavano da tanti diversi luoghi del mondo per quell'incontro  annuale sulla pace. Sono persone che vogliono bandire la guerra dall'umanità. Per noi italiani è un po' difficile comprendere il concetto di pace perché siamo forti venditori di armi, cioè, mercanti di morte, con i nostri quindici miliardi all’anno di esportazione cui non è facile rinunciare. Ma c'è tanta gente nel mondo che ci crede davvero, che sogna la pace, che si batte perché i popoli capiscano che, con la guerra, sono solo loro a soffrire mentre pochi guadagnano.

I coreani, poi, questa volta sono davvero spaventati. Tutti questi esperimenti atomici potrebbero condurre a una guerra ancora più distruttiva di quelle che hanno già vissuto.
Zahoor Ahmad Zargar e Renata Rusca Zargar
parleranno, giovedì 14 dicembre ore 20,40, presso la Biblioteca Civica di Quiliano,  di quello che hanno visto in Korea, della paura e della speranza. Mostreranno, infine, filmatini e foto esclusivi, della più grande parata internazionale per la Pace che si possa immaginare.
L’ingresso è libero.