POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
In calce alla home page, così come sulla destra della stessa, potete leggere i miei quattro e-book, basta cliccare sulla copertina, e si apriranno le pagine. Buona lettura!

venerdì, dicembre 9

Concorso Archeoclub - Narrando per Passione - Terzo classificato

Ho partecipato alla seconda edizione Premio Nazionale 2016 "Narrando per passione" e ottenuto il Terzo Premio nella sezione  Racconti Brevi con l'opera Raccolta di racconti.
Dopo mesi di attesa, finalmente oggi sono arrivati coppa e diploma. Non ci speravo più e quindi è stato un piacevole dono di Natale anticipato. 





I racconti contenuti nella Raccolta  sono i seguenti e ognuno di loro lo potrete leggere cliccando sui link sotto ogni titolo

Letizia

L'uscita di Carla

Passeggiando con Charlotte

Anima e Soul

Paris mon amour

Samir

Un vecchio quadro

Un Natale davvero speciale

Vacanze tranquille

Quasi tutti i racconti sono stati pubblicati in varie antologie.

FOSCO MARAINI Biografia


Fosco Maraini con la moglie e le tre figlie



Fosco Maraini nasce a Firenze il 15 novembre 1912 da Antonio Maraini, noto scultore di antica famiglia ticinese, e da Yoi Crosse, scrittrice di padre inglese e madre polacca. Maraini trascorre l’infanzia e l’adolescenza a Firenze compiendo coi genitori frequenti viaggi in Italia, Inghilterra, Svizzera, Francia e Germania. I legami familiari della madre con il Sud Africa, l’India e diversi altri paesi del mondo, nonché una spiccatissima e precoce curiosità per l’Oriente. A ventidue anni s’imbarca come insegnante d’inglese dei cadetti dell’Accademia Navale di Livorno, in crociera con la nave scuola “Amerigo Vespucci”, verso le coste del Medio Oriente. Ha modo così di visitare l’Egitto, il Libano, la Siria e la Turchia.
Nel 1935, sposa Topazia Alliata, discendente di un’antica casata siciliana, dal matrimonio con la quale nasceranno le tre figlie Dacia (1936), Yuki (1939) e Toni (1941). Nel 1937 parte al seguito del celebre orientalista Gieseppe Tucci per una lunga spedizione in Tibet. Questa esperienza convince definitivamente Fosco Maraini a dedicarsi alla ricerca etnologica e allo studio delle culture orientali. Tornato in Italia, conclude i suoi studi, laureandosi nello stesso anno in Scienze Naturali all’Università di Firenze. L’occasione di dedicarsi pienamente alla ricerca etnologica gli è offerta da una borsa di studio per ricercatori stranieri messa a disposizione della Kokusai Gakuyu Kai, un’agenzia del Governo giapponese. Nel 1939 si trasferisce con la famiglia a Sapporo, nell’isola di Hokkaido, dove effettua una serie di ricerche e di studi, incentrata sui caratteri dell’arte, della religione tradizionale e dell’ideologia degli Ainu, il  “popolo bianco” del Giappone. I risultati di tali indagini sul campo verranno pubblicati a Tokyo nel 1942 in un importante lavoro monografico intitolato Gli Iku-bashui degli Ainu. Nello stesso anno pubblica, in lingua giapponese, un rèportage fotografico sui popoli del Tibet (Chibetto). Tra il 1942 e il 1943, lasciata Sapporo, ricopre l’incarico di lettore di lingua italiana all’Università di Kyoto.
Dopo l’8 settembre, rifiutandosi di aderire alla Repubblica di Salò, Maraini, insieme alla sua famiglia e a un’altra trentina di residenti italiani in Giappone, viene internato in un campo di concentramento a Nagoya,; vi rimarrà sino al 15 agosto 1945. Dopo la fine della guerra rimane a Tokyo, lavorando per un anno come interprete dell’VIII Armata Americana.
Nel 1948, subito dopo il ritorno in Italia, Maraini parte per un secondo viaggio in Tibet con Giuseppe Tucci. Da questa esperienza nascerà, dopo qualche anno di gestazione, Segreto Tibet, volume che verrà tradotto in dodici lingue e che porterà il lavoro etnologico e lo stile narrativo di Maraini all’attenzione del pubblico internazionale.
Nel 1953, Maraini ritorna in Giappone dove gira una serie di documentari etnografici. Fra i documentari, oggi purtroppo in gran parte perduti, ricordiamo: Gli ultimi Ainu, incentrato sulla cerimonia dello iyomandeAi piedi del sacro Fuji sulla vita rurale giapponese, sull’architettura tradizionale e sul ritualismo scintoista; L’isola delle Pescatrici, girato – in parte con riprese subacquee – fra le Ama delle piccole isole di Hékura e Mikurìa, nell’arcipelago delle Nanatsu-to, la cui peculiarità etnologica Maraini propose per la prima volta all’attenzione del mondo occidentale. In quegli stessi anni, contestualmente alla ricerca visiva, Maraini raccoglie numeroso materiale che adopererà per la pubblicazione di tre volumi: Ore giapponesi del 1956 (tradotto in cinque lingue), L’isola delle Pescatrici del 1969 (tradotto in sei lingue) e, infine, Japan.Patterns of Continuity(1971), monografia illustrata sul Giappone, che a sinora conosciuto dodici ristampe ed è stata tradotta in diverse lingue.
Nel 1958, Maraini – da tempo appassionato alpinista – viene invitato dal Club Alpino Italiano alla spedizione nazionale al Gasherbrum IV ( 7980 m. ) nel Karakorum. L’anno successivi è capo della spedizione italiana al Picco Saraghrar nell’Hindu-Kush. Il resoconto alpinistico ed etnografico di queste spedizioni costituisce l’argomento dei due volumi G4- Karakorum, del 1959, e Paropàmiso, del 1960, che vengono ambedue tradotti in più lingue.
Fra il 1959 e il 1964, su invito del professor Richard Storry, lavora come ricercatore associato (fellow) presso St. Antony’ s College (Dipartimento di Civiltà dell’Estremo Oriente) di Oxford. In quegli stessi anni, per conto dell’editore italiano De Donato compie un lungo viaggio attraverso l’Asia, toccando l’India, il Nepal, la Thailandia, la Cambogia, il Giappone e la Corea.
Nel 1966 torna in Giappone, dove lavora per una grande casa editrice ed effettua studi sulla civiltà e la cultura di quel paese.
Fra il 1968 e il 1969, trascorre parecchi mesi a Gerusalemme dove raccoglie materiale per la pubblicazione di uno dei più bei volumi apparsi su quella città: Jerusalem, Rock of Ages, pubblicato dalla Harcourt Brace di New York.
Nel 1970, il Ministero degli Affari Esteri lo nomina direttore delle pubbliche relazioni al Padiglione Italia dell’Esposizione Universale di Osaka. Lo stesso anno sposa in seconde nozze la sua attuale compagna Mieko Namiki.
Nel 1972 Maraini ritorna a Firenze dove gli viene affidato l’incarico di Lingua e Letteratura Giapponese presso la Facoltà di Magistero dell’Università degli Studi, incarico che lascia nel 1983 per raggiunti limiti d’età. Sempre nel 1972, fonda l’Associazione italiana per gli Studi Giapponesi ( AISTUGIA ) di cui è stato presidente fino alla morte. Fra i volumi pubblicati negli anni settanta ricordiamo: Incontro con l’Asia (1973), Tokyo, pubblicato in cinque lingue nella collana “Great Cities of the World” e Giappone e Corea, pubblicato nel 1978 sia nell’edizione italiana sia in quella francese.
Nel 1980 pubblica con Giuseppe Giarrizzo un volume sulla civiltà contadina in Italia, in cui appare per la prima volta il materiale fotografico raccolto nel Meridione e in Sicilia negli anni immediatamente successivi alla guerra.
Negli anni Novanta, Maraini ha continuato a rivedere ed ad approfondire i suoi studi giapponesi ( L’àgape celeste, 1995; Gli ultimi pagani, 1997) e ha pubblicato alcuni volumi di squisito contenuto letterario scritti, a partire dalla fine degli anni cinquanta, come puro divertissement, in un chimerico linguaggio “metasemantico”: Gnosi delle Fànfole (1994) e Il Nuvolario (1995).
Su espresso desiderio di Maraini e grazie all’intervento dell’Ente Cassa di Risparmio di Firenze, la sua biblioteca orientale e la fototeca delle immagini da lui riprese nel corso della sua vita sono state acquisite dal Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux, costituendo la base sulla quale è nato il Programma da Maraini stesso battezzato “Vieusseux-Asia”. Nelle intenzioni di Maraini i materiali da lui raccolti dovrebbero infatti garantire a Firenze e alla Toscana la disponibilità di strumenti per la conoscenza dell’Asia Orientale tali da garantire la ripresa di quell’interesse che era stato fino agli anni Trenta del Novecento così vitale.
Nel 1999 il Gabinetto Vieusseux ha promosso una grande mostra antologica delle sue fotografie, Il Miramondo, esposta al Museo Marino Marini a Firenze, poi alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma  e all’Istituto Giapponese di cultura e quindi a Tokyo, al Museo Metropolitano di Fotografia. Nel 2001 il Gabinetto Vieusseux ha promosso e pubblicato il cospicuo volume Firenze, il Giappone e l’Asia Orientale. Nel 2003 sempre al Gabinetto Vieusseux si è tenuto il convegno internazionale dedicato a Relazioni tra scienza e letteratura in Oriente e in Occidente

La sua biografia in forma romanzata è stata pubblicata da Mondadori con il titolo Case, amori, universi.

Negli ultimi tempi, profondamente colpito dalla strage delle Torri Gemelle, si era dedicato con appassionato impegno allo studio dei rapporti tra Islam e Occidente, riconsiderando le sue esperienze dirette di incontro con la cultura islamica.
Fosco Maraini è morto a Firenze martedì 8 giugno 2004.

Segue una piccola galleria fotografica

Fosco con moglie e le tre figlie

Maraini, il primo a destra in piedi guardando la foto



Fosco e la moglie

Fosco Maraini

Dacia Maraini, la figlia scrittrice oggi ottantenne

Galleria d'arte: ARTEMISIA GENTILESCHI

Alcune scene bibliche, tra cui Giuditta e Oloferne, e Susanna e i vecchioni,  l'adorazione dei Magi, David e Betsabea, Maria Maddalena pentita, Giaele e Sisara, il martirio di S. Giovanni











Galleria d'arte: ARTEMISIA GENTILESCHI

Alcuni suoi dipinti, tra cui qualche autoritratto








Galleria d'arte: ARTEMISIA GENTILESCHI

Autoritratto
Da settemuse Biografia




Artemisia Gentileschi nasce a Roma l'8 luglio del 1593. E' la primogenita del pittore Orazio Gentileschi e di Prudentia Montone. 


Fin dall'infanzia è istruita per diventare un'artista dimostrando subito una certa abilità verso la pittura.

Artemisia può osservare da vicino molte opere che vari pittori, intorno a lei, stanno producendo in quel momento: dalla Galleria Farnese, affrescata da Annibale Carracci, alla chiesa di S. Luigi de Francesi dove sta lavorando Caravaggio, alla chiesa di S. Maria del Popolo, dove si stanno elaborando gli affreschi di Guido Reni e del Domenichino



A quei tempi, per una donna, il progetto di una carriera artistica è difficile e piena di  ostacoli, ma Artemisia Gentileschi non si arrende: seguendo e lavorando insieme al padre, ha modo di conoscere diversi pittori, tra cui Caravaggio e il nipote di Michelangelo.



La sua prima tela, "Susanna e i Vecchioni", è dipinta con uno stile molto naturale. La gestualità dei personaggi è decisa, le espressioni sono realistiche ed il dipinto mostra la sua conoscenza dell'anatomia umana, dei colori, del pennello e il suo gusto per la struttura del quadro.




Nell'estate del 1611 Artemisia visita in città alcune opere finalmente completate: Santa Maria Maggiore ed i suoi soffitti dipinti dal Cigoli e da Guido Reni, San Pietro e l'estensione della facciata voluta da Carlo Maderno, il Palazzo del Quirinale, dove il padre insieme a Giovanni Lanfranco, Carlo Saraceni e Agostino Tassi sta decorando la Sala Regia.



Orazio e Tassi lavorano insieme anche al "Casinò delle Muse", per l'affresco sulla volta del palazzo e si suppone che anche Artemisia partecipi alla decorazione.



Agostino Tassi è un pittore di paesaggi e di vedute marine, al quale Orazio affida la figlia per insegnarle come costruire la prospettiva in pittura.



Tassi s'innamora di lei e tra i due nasce una relazione. Il padre Orazio, però, scopre la tresca e ritenendo la figlia vittima del suo amico/traditore Tassi, lo fa arrestare e processare per stupro (perdita di verginità senza promessa di matrimonio) nei confronti della figlia. Tassi era già sposato, ma separato e pare avesse una storia con la sorella della moglie.



Al processo Artemisia cerca di salvare Tassi dichiarando che nulla fosse successo e d'essere ancora vergine, ma alla prova ginecologica immediata risulta la menzogna. 



A quel punto il giudice, per fare chiarezza, mette sotto tortura Artemisia di fronte al Tassi, il quale, non sopportando la vista del dolore inflitto alla sua innamorata, pur di far cessare lo strazio confessa d'averla violentata. Così parrebbe siano andate le cose, ma ovviamente ci sono interpretazioni maschiliste e interpretazioni femministe su come siano andate realmente.



Sul processo (di cui esistono ancora tutte le trascrizioni) è stato pubblicato questo testo "Lettere precedute da «Atti di un processo per stupro»" e sono stati prodotti alcuni film.



 All'epoca non essere vergine senza essere sposata corrispondeva ad una condanna sociale. Artemisia dopo il processo s'allontana dal padre che considera il responsabile dell'accaduto ed al quale non perdona d'aver provocato la condanna inflitta al Tassi, ma anche questa è una possibile interpretazione arbitraria.



Un mese dopo la fine del processo (1612), Artemisia Gentileschi sposa un artista fiorentino, Pietro Antonio di Vincenzo Stiattesi che frequenta come lei l'Accademia del Disegno, dove Artemisia diventerà socio ufficiale nel 1616.



In questo periodo la giovane pittrice comincia a elaborare uno stile più personale. dipinge "Giuditta che decapita Oloferne", che rappresenta una delle scene più violente della Bibbia e che probabilmente rispecchia lo stato d'animo che la sconvolse durante il processo. 



Il realismo e il drammatico chiaroscuro richiamano le opere precedenti di Rubens e di Caravaggio.



Durante il soggiorno fiorentino ha il sostegno di diversi benefattori della città, tra cui la Famiglia De Medici e la Famiglia Buonarroti, dal quale riceve la commissione di completare un affresco all'interno della loro residenza.




All'Accademia Artemisia Gentileschi diventa amica di Galileo Galilei con il quale intrattiene una fitta corrispondenza. 



Durante il soggiorno in Toscana, quando ancora  si firma con il cognome di Lomi , realizza un'altra versione di Giuditta, dal titolo "Giuditta e la sua governante", mentre in seguito dipingerà "L'allegoria dell'inclinazione".



L'ultima tela completata a Firenze è "Giuditta che decapita Oloferne" e nel 1618 dà alla luce una bambina. 



Nel 1620 Orazio Gentileschi parte per Genova per eseguire una nuova commissione e probabilmente Artemisia lo accompagna; qui la ragazza compone "Lucrezia" e "Cleopatra".



A quel tempo Genova è una città mercantile di ricchi banchieri e così Artemisia non ha difficoltà a trovare degli acquirenti per le sue opere. Ed è durante il soggiorno genovese che incontrerà Anthony Van Dick; i due artisti si conoscono artisticamente ed è abbastanza probabile che si influenzeranno a vicenda. 



Artemisia ritorna a Roma nel 1622 dove rimarrà per alcuni anni, dipinge il "Ritratto del Condottiere", e partecipa al censimento del 1624-26.



In questo periodo vive a Via del Corso, in prossimità di Piazza del Popolo, insieme a due domestici e alla figlia, che in base ad alcuni documenti dovrebbe chiamarsi Prudentia o Palmira. Non ci sono più tracce del marito: probabilmente si è separata, ed intanto sta nascendo una nuova figlia, concepita con un Cavaliere dell'Ordine di Malta, come ci attesta la lettera a lui indirizzata nel 1649.



Il secondo periodo artistico romano di Artemisia coincide con il pontificato di Urbano VIII e con un nuovo orientamento di stile e di gusti: Gianlorenzo Bernini sta trasformando il volto della città e gli interni di San Pietro. 



Artemisia lavora su un'altra rappresentazione di Giuditta: la sua "Giuditta e la domestica con la testa di Oloferne", è un esempio raffinato dello stile barocco caravaggesco sul quale sta lavorando.



Il quadro "Giuseppe e la moglie di Putipharre" è pure dipinto durante questo periodo, particolarmente produttivo e pieno di soddisfazioni.



Una delle opere più conosciute e raffinate viene realizzata in questi anni: "L'Autoritratto dell'allegoria della pittura", nel quale dimostra la padronanza con la tempera ad olio ritraendo sé stessa nell'atto di dipingere, circondata dagli strumenti della pittura; un autoritratto abbastanza insolito per i suoi tempi; l'opera sarà acquistata da Re Carlo d'Inghilterra tra il 1639 e il 1649 ed entra a far parte della Royal Collection.



Dalle documentazioni del tempo sappiamo che Artemisia , come Caravaggio, soggiorna a Napoli tra l'agosto del 1630 e il novembre del 1637, una città che in quei tempi ha sete di opere d'arte.



Qui Artemisia nel 1630 incontra Velázquez ed entrambi lavoreranno per la regina Maria d'Austria. Lo stesso anno Artemisia completa una grande tela d'altare che ha come tema l'Annunciazione



Nel 1638 Artemisia soggiorna a corte dei Re Carlo I e della regina Henrietta Maria; il re è un collezionista d'arte che ha già raccolto una sorprendente quantità di opere d'arte tra cui alcuni capolavori di TizianoRaffaelloMantegnaCorreggioCaravaggio e di altri artisti del Rinascimento.



La Gentileschi rimane a corte per quasi tre anni ed in questa circostanza lavora ancora con suo padre, che è arrivato in Inghilterra nel 1626 con l'incarico di affrescare il soffitto della Queen's House a Greenwich, ora Marlborough House, che ha come tema "L'allegoria della Pace e delle Arti sotto la Corona Inglese". 



Orazio Gentileschi muore il 7 febbraio del 1639 e Artemisia così tra il 1640 e il 1641 torna a Napoli, dove rimane per il resto della sua vita. 



Quest'ultimo periodo è caratterizzato dal lavoro per conto di Don Antonio Rufo di Sicilia; Artemisia completa "David e Betsabea" e "Lot e le sue figlie".



Una delle sue ultime opere famose è la sua prima eroina femminile, "Lucrezia", personaggio nel quale Artemisia si identifica: una donna forte, abile e indipendente.



Artemisia Gentileschi muore nel 1653 e, nonostante la sua arte e la sua importanza, i critici d'arte non hanno perso troppo tempo: su di lei non è stato scritto molto.



Ciò che rimane della sua vita e della sua esperienza artistica sono 34 dipinti e 28 lettere.
Non capisco questa contraddizione: qui sopra si dice che sono 34 i dipinti dell'artista, e alla mostra di Roma risultano 100. Una delle due, quale?



Dal 30 novembre 2016 all’8 maggio 2017 a Roma è possibile ammirare alcune delle opere più importanti dell’artista italiana Artemisia Gentileschi, che è allestita nelle sale di Palazzo Braschi con il patrocinio del Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Questa famosa artista italiana fu una pittrice di ispirazione caravaggesca. Tra le sue opere più conosciute ricordiamo la Madonna col Bambino, la Conversione della MaddalenaGiuditta che decapita OloferneCleopatraRitratto di gonfaloniereGiuditta e la sua ancella e San Gennaro nell’anfiteatro.
Circa 100 sono in totale le opere in mostra, provenienti da ogni parte del mondo, da prestigiose collezioni private come dai più importanti musei in un confronto serrato tra l’artista e i suoi colleghi, frequentati, a Roma, come a Firenze, ancora a Roma e infine a Napoli, con quel passaggio veneziano di cui molto è da indagare, così come la breve intensa parentesi londinese.