POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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domenica, luglio 16

RICORDI DI PALMYRA E DAMASCO

RICORDI DI PALMYRA E DAMASCO

 Partiamo verso sera, per evitare il caldo del deserto. Il viaggio in pullman da Damasco dura circa due ore, per fortuna rinfrescati dall’aria condizionata. All’arrivo in albergo Palmyra Cham Palace ci sistemiamo, e poi via, verso l’oasi.



Quel che rimane dell'hotel dopo la distruzione di Palmyra da parte dell'Isis


Lo spettacolo è emozionante. In viaggio a ritroso nel tempo.
La città, nota col nome di Tadmor nel II Millennio a.C. è menzionata per la prima volta in documenti provenienti dagli archivi assiri di Kanech in Cappadocia, nel XIX secolo a.C., e poi è citata più volte negli archivi di Mari, nel XVIII secolo a.C. Viene poi citata ancora negli archivi assiri, nell'XI secolo a.C., come Tadmor del deserto. A quel tempo era solo una città commerciale nella estesa rete che univa la Mesopotamia e la Siria settentrionale. Tadmor è citata anche nella Bibbia (secondo libro delle Cronache 8.4) come una città del deserto fortificata da Salomone. La città di Tamar  è menzionata nel Primo libro dei Re (9.18), anch'essa fondata e fortificata da Salomone.
Dopo queste citazioni su Palmira cala il silenzio per circa un millennio, e solo nel I secolo a.C. la città fu citata col nuovo nome, che le è stato dato durante il regno dei Seleucidi (IV - I secolo a.C.).
A rendere il posto molto particolare, è la presenza di bianchi dromedari custoditi da beduini che ci offrono souvenir.
La guida ci spiega ogni cosa, mentre ci conduce nel tempio di Baal, ci fa percorrere il cardo romano, ci descrive l’anfiteatro di Diocleziano e ci racconta la storia della regina Zenobia.


Fa molto caldo, ma tra le rovine, spunta qualche gladiolo  e ibisco rosso. Salgo la gradinata dell’anfiteatro, per fotografare dall’altro il panorama, e effettuare qualche ripresa. Il sole, basso nell’orizzonte serale, mi acceca. Scendo la gradinata, per tornare accanto alla guida, e non mi accorgo che mancano alcuni gradini, avendo preso un’altra direzione. Allungo il piede e trovo il vuoto, precipito da un paio di metri, nel corridoio all’inizio della gradinata e finisco contro il muretto che delimita l’anfiteatro. La caduta è rovinosa, lividi e graffi in ogni dove, ma soprattutto un dolore lancinante alla schiena, mi toglie il fiato e m’impedisce di alzarmi da terra.


Arriva un beduino che ha visto tutto, mi si avvicina, si toglie il turbante formato da una lunga sciarpa di lana, avvolge un blocco di ghiaccio con quella sua Kefiah, e me lo pone sulla parte dolente della schiena. Mi domando dove abbia potuto reperire quel ghiaccio!


Malgrado il dolore, finito il lungo racconto della guida, salgo sul cammello, per una passeggiata intorno al sito archeologico. Avevo prenotato e non voglio rinunciarci per nessuna ragione. I presenti mi guardano con occhi torvi, pensano che in fondo non mi fossi fatta tanto male. L’adrenalina è a mille. In realtà non sento male, e riesco ad alzarmi da terra. Il problema si rivela in tutta la sua interezza quando, scesa dal pullman per entrare in albergo, non riesco a mettere un piede davanti all’altro, e cado lunga distesa sul pavimento della hall. Subito si avvicina un aitante moro, elegantemente vestito in smoking nero e camicia bianca (vengo a sapere che è il direttore dell’hotel), mi fa sedere su una carrozzina e mi accompagna all’ascensore e poi fino alla mia camera. Lì i dolori si presentano alla grande, mi  si attaccano addosso e non vogliono andarsene. Per fortuna, nel nostro gruppo c’è una farmacista; ha con sé tutto l’occorrente di pronto soccorso. Mi inietta un farmaco antidolorifico e poi resto a letto fino all’indomani.
Un giro sulla nave del deserto



tenda beduina
 A mezzogiorno ci servono il pranzo in una tenda beduina, che chiamano beyt es-shaar, (casa di pelle di pecora) finemente adattata all'ambiente del deserto siriano (in araboبادية الشام ‎, bādiyat al-Shām), noto anche come deserto arabo-siriano, un'alternanza di steppe e deserto reale. Fa parte dell’Al-Hamad, che si estende su parti di Siria, Iraq, Giordania e Arabia Saudita: confina a ovest con la valle del fiume  Oronte e a est con l'Eufrate(avete in mente la Mesopotamia? Che significa terra tra due fiumi, perché anche il Tigri la delimita. A nord il deserto lascia il posto alle più fertili zone della Siria centro-settentrionale, mentre a sud corre verso i deserti della penisola arabica meridionale. Vi si trovano molte oasi tra cui quella di Palmyra, la stessa Damasco sorge in una di esse. Il suo caratteristico paesaggio è dovuto ai fiumi di lava della regione vulcanica del Gebel Druso nella Siria meridionale.
Il deserto è da sempre abitato dai beduini e molte tribù vivono ancora nella regione, principalmente in città e insediamenti costruiti vicino alle oasi. Alcuni beduini conservano ancora lo stile di vita tradizionale del deserto. Nel deserto sono state rinvenute scritte safaitiche, ossia testi proto-arabici di beduini letterati, risalenti approssimativamente al periodo che va dal I secolo a.C. al IV secolo d.C. 
 Lungo la strada che unisce Damasco all'oasi di Palmyra, a circa metà del percorso (pochi 
chilometri dopo il bivio per il confine con l'Iraq e quindi Baghdad), c'è un punto di ristoro dove
 mangiare, bere e vedere i fossili provenienti dal deserto circostante; sono in maggior parte
 conchiglie di molluschi risalenti al Giurassico e al Cretacico  (tra 200 e 60 milioni di anni fa). 
Ci fermiamo per una pausa, ordino uno Shay bi na’na’ الشاي بالنعناع , ovvero un tè alla menta, 
bollente tanto da ustionarmi le labbra e il palato. Il segreto dei popoli arabi è proprio nel non 
bere liquidi freddi, quando il caldo imperversa, poiché potrebbero causare coliche tanto 
dolorose (la famosa “maledizione di Tut ankh amun”)  e, una volta che il corpo è raffreddato 
dalla bevanda, si avverte maggiormente il caldo ambientale. Bere bevande calde, ottiene 
l'effetto contrario.
Se pensate che le tende beduine siano ineleganti, spartane, vi sbagliate di grosso. Fuori sono nerastre, a causa della concia con tannino e, almeno credo, rivestite da uno strato di bitume per impermeabilizzarle, ma dentro sono arredate con tappeti tessuti a mano, cuscini damascati (e mi pare giusto, non siamo forse nei dintorni di Damasco?). Le suppellettili sono in rame argentato, o in argento autentico. Insomma, niente male!
Le pentole bollono a lungo, un odore acre si espande nei dintorni. Finalmente arriva il piatto
 forte, tanto magnificato: la shorba, un misto di agnello e  montone stufato, molto speziato,
 immerso in un liquido denso, nel quale s’intinge il pane tipico del luogo. خبز(Khobz). 
 Ci fanno accomodare su cuscini posati per terra, e per tavolo c’è una lunga asse di legno, 
sostenuta da due bassi pilastri di pietra. Scomoda posizione per noi occidentali e  pietanza
ipercalorica, che avrei meglio apprezzato in clima invernale.

shorba

Di sera raggiungiamo il centro di Damasco, per gustare una cena a base di prodotti tipici 
siriani. Scendiamo dal pullman, la guida ci sollecita a camminare di corsa. Ne chiediamo
 il motivo. Risponde: nulla di grave, ma c’è qualche ribelle che crea problemi. (stanno 
iniziando la prime rappresaglie contro il governo di Assad). Vediamo le camionette della 
Polizia locale, ma nel frattempo danzatori dervisci ci vengono incontro e, mentre loro 
danzano all’indietro, noi dobbiamo imitarli seguendoli nella danza, raggiungendo così il 
ristorante Umayyad Palace, dove prosegue lo spettacolo folcloristico con musica araba 
dal vivo. 



Danza dervisci



Ottime le preparazioni gastronomiche, che scegliamo da un ricco e vario buffet.
Alla fine della cena, balliamo in circolo insieme ai danzatori dervisci, che ci insegnano con 
pazienza i passi di base. 
Rientriamo all’albergo a notte inoltrata. Ciò che non sapevamo, è doversi svegliare alle 3 
del mattino, dovendo recarci all’aeroporto per il ritorno in Italia. In pratica non abbiamo dormito!


Con Samir,  il mio cavaliere  siriano e maestro di ballo 
alla fine della danza dervisci, in realtà l'autista del pullman
 che ci accompagnava nei vari tour, foto molto mossa, scattata 
da un'amica, presso il ristorante Homayyadi a Damasco, 
ma è l'unica che possiedo.

Nota: appena rientrata in Italia, ho effettuato la radiografia alla colonna vertebrale, che ha 
evidenziato lo schiacciamento di tre vertebre, causato da quella accidentale caduta dalle 
gradinate dell’Anfiteatro di Diocleziano. 

ed ora, con immenso dolore, immagini di Palmyra, dopo la distruzione.




 
Danila Oppio



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