POETANDO

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sabato, maggio 27

IL GENERE DEL SERIO-COMICO E IL CARNEVALE ALLE ORIGINI DEL ROMANZO POLIFONICO EUROPEO - Roberto Di Pietro

 Il genere del serio-comico e il carnevale alle origini del romanzo polifonico europeo[1]

Ritratto del 1872 ad opera di Vasilij Perov (Galleria Tret'jakovMosca)

Polifonia e romanzo polifonico. Per polifonia si intende la pluralità delle voci e delle coscienze indipendenti e disgiunte che, pur conservando la propria inconfondibile individualità, si uniscono nell’unità di un certo evento.
Dostoevskij è il creatore del romanzo polifonico, in cui gli eroi principali sono veramente, nello stesso disegno creativo dell’artista, non soltanto oggetti della parola dell’autore, ma anche soggetti della propria parola immediatamente significante. La parola dell’eroe su se stesso e sul mondo è pienamente autonoma come lo è l’ordinaria parola dell’autore; essa non è assoggettata all’immagine oggettiva dell’eroe come una delle sue caratteristiche, ma neppure serve da altoparlante della voce dell’autore. Possiede un’autonomia assoluta all’interno della struttura dell’opera, quasi risuona accanto a quella dell’autore e si unisce in un modo particolare con essa e con le voci altrettanto autonome degli altri eroi.
Ne consegue che tutti gli elementi della struttura del romanzo sono in Dostoevskij profondamente originali. Essi sono tutti determinati dal nuovo compito artistico che soltanto questo scrittore ha saputo porre e risolvere in tutta la sua ampiezza e profondità: il compito di costruire un mondo polifonico e di distruggere le forme costituite del romanzo europeo fondamentalmente monologico.

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All’inizio dell’antichità classica, e poi nell’età ellenistica, si formano e si sviluppano numerosi generi, esteriormente piuttosto differenti, ma legati da intima affinità e costituenti perciò un settore particolare della letteratura, che gli stessi antichi chiamarono con il nome di spoudogšlaion (spoudoghélaion), cioè il settore del “serio-comico”.
I generi del serio-comico sono uniti dal profondo legame con il folclore carnevalesco. Essi sono tutti permeati in vario grado da uno specifico sentimento carnevalesco del mondo e alcuni di essi sono direttamente varianti letterarie dei generi orali folclorico-carnevaleschi. Il sentimento carnevalesco del mondo possiede una potente forza vivificante di trasformazione e di vitalità indistruttibile. Chiameremo letteratura carnevalizzata la letteratura che ha risentito – in modo diretto o indiretto, attraverso una serie di anelli di mediazione – dell’influsso di certe forme di folclore carnevalesco (antico o medievale). Tutta la sfera del serio-comico è il primo esempio di tale letteratura.

Particolarità dei generi del serio-comico:

1)                     Nuovo rapporto verso la realtà: il punto di partenza della comprensione, valutazione e formulazione della realtà è costituito dalla viva, spesso addirittura scottante contemporaneità. Per la prima volta nella letteratura antica l’oggetto della rappresentazione seria è dato senza alcuna distanza epica o tragica, è dato non nel passato assoluto del mito e della leggenda, ma al livello della contemporaneità.

2)                     I generi del serio-comico non si fondano sulla tradizione e non si fanno consacrare da essa; essi si fondano coscientemente sulla esperienza e sulla libera invenzione: il loro rapporto con la tradizione è nella maggior parte dei casi profondamente critico, e a volte cinico-smascheratorio.

3)                     Voluta pluralità di stili e di voci: rifiuto dell’unità stilistica dell’epopea, della tragedia, dell’alta retorica, della lirica. La pluralità di toni del racconto, la mescolanza di sublime e infimo, di serio e di ridicolo, si servono di altri generi inseriti in maniera incidentale: lettere, manoscritti ritrovati, dialoghi riferiti, parodie di generi sublimi, citazioni parodisticamente interpretate, ecc...

Il genere romanzesco ha tre radici fondamentali: epica, retorica e carnevalesca. A seconda della preponderanza di una di queste tre radici si formano tre linee di sviluppo del romanzo europeo: epica, retorica e carnevalesca. Nel campo del serio-comico sono da ricercare i punti di partenza dello sviluppo delle varietà della terza.
Per la formazione di quest’ultima linea di sviluppo del romanzo o “linea dialogica”, un’importanza determinante hanno due generi del settore serio-comico: il dialogo socratico e la satira menippea.

Statua di Socrate

Caratteristiche del dialogo socratico:

1)                     Alla base è l’idea socratica della natura dialogica della verità e dell’umana riflessione su di essa. Il metodo dialogico di ricerca della verità si contrapponeva al monologismo ufficiale, che rivendicava il possesso di una verità bell’è pronta: si contrapponeva alla ingenua presunzione di quegli uomini che credono di sapere con certezza qualcosa: di essere, cioè, gli assoluti depositari di determinate verità. La verità nasce tra uomini che insieme cercano la verità, nel processo stesso della loro comunione e del loro confronto in termini dialogici.

2)                     Due i procedimenti fondamentali del dialogo socratico:
a.   sincrisi: confronto di differenti punti di vista su una determinata materia
b. anacrisi: metodi atti a suscitare e provocare le parole dell’interlocutore, per costringerlo ad esprimere il suo pensiero fino in fondo.
La sincrisi e l’anacrisi dialogizzano il pensiero, lo portano all’esterno, lo trasformano in replica, lo associano alla migliore capacità dialettica tra gli uomini. Ambedue questi procedimenti costituiscono la cosiddetta maieutica socratica e rispecchiano la convinzione del filosofo circa il naturale fondamento dialettico di ogni verità.

3)                     Personaggi del dialogo socratico sono gli ideologi. Anche lo spunto tematico che si sviluppa nel corso del d.s. è un avvenimento eminentemente ideologico, di ricerca e verifica progressiva della verità in esame

4)                     Accanto all’anacrisi si impone a volte, ai fini della provocazione mediante la parola, anche la situazione d’intreccio del dialogo, ovvero la tendenza a creare una situazione eccezionale, che sia in grado di purificare la parola da qualsiasi radicato preconcetto e costringere gli interlocutori a scoprire gli strati più profondi della propria personalità e del proprio pensiero. Si può già parlare di un particolare tipo di “dialogo sulla soglia estrema” (Schwellendialog), largamente diffuso nella letteratura ellenistica e romana, come in quella del Medioevo, del Rinascimento e dell’epoca della Riforma.

5)                     L’idea nel “dialogo socratico” si lega organicamente con l’immagine dell’uomo che ne è il portatore. La sperimentazione dialogica dell’idea è nel contempo anche sperimentazione dell’uomo che la rappresenta. Si può quindi parlare di una raffigurazione discorsiva dell’idea, che tuttavia ha ancora carattere sincretistico.


Menippo in un dipinto di Diego Velázquez


Caratteristiche della satira menippea:

1)     Aumenta il significato dell’elemento comico

2)     Si libera pienamente delle limitazioni storico-memorialistiche che erano ancora proprie del dialogo socratico, è caratterizzata dalla eccezionale libertà di invenzione narrativa e filosofica.

3)     La più audace e sfrenata fantasia è qui interamente motivata, giustificata, illuminata da un fine puramente filosofico-ideale: quello di creare situazioni eccezionali e tuttavia non gratuite, solo in apparenza bizzarre, rigorosamente intese a provocare e sperimentare l’idea-parola filosofica -- la Verità da voler conseguire -- impersonata nella figura del saggio che cerca di approssimarsi onestamente ed obiettivamente al nucleo più veritiero di qualsiasi determinata argomentazione.

4)     Organico combinarsi di libera fantasia, di simbolismo, e a volte di elementi mistico-religiosi, sotto forma di un naturalismo estremo non di rado grottesco e addirittura sordido.

5)     L’audacia dell’invenzione e della fantasia si combina, nella menippea, con un eccezionale universalismo filosofico e con una concezione del mondo estremamente caratterizzata. La menippea è il genere delle questioni e posizioni filosofiche ultime. La menippea si sforza di approdare quasi alle parole ultime, determinanti, e agli atti ultimi decisivi anch’essi per l’uomo, in ciascuno dei quali si compendia tutta la vita umana nella sua interezza.

6)     La relazione con l’universalismo filosofico si manifesta in una struttura tripartita: l’azione e la sincrisi dialogiche spaziano passando dalle preoccupazioni terrene, a quelle degli dei dell’Olimpo e dei trapassati nell’Ade.

7)     Osservazione da un punto di vista inconsueto, ad esempio dall’alto, in modo tale che i fenomeni della vita  assumano di colpo proporzioni diverse da quelle abituali

8)     Sperimentazione psicologico-morale: raffigurazione di stati psichici ed etici anomali, quali la follia umana di qualsiasi tipo, lo sdoppiamento della personalità, la sfrenata fantasticheria, i sogni strani e le allucinazioni, le passioni umane vissute ai limiti della demenza, ecc...

9)      Caratteristiche sono le scene di scandali, di comportamento eccentrico, di discorsi e interventi inopportuni, cioè di ogni specie di violazione di codici etico-morali generalmente approvati e regolarmente rispettati nella convivenza quotidiana, delle norme stabilite di comportamento e di etichetta, di comunicazione attraverso il linguaggio.

10)    Fra bruschi contrasti e stridenti combinazioni, si ama giocare con improvvisi trapassi e imprevedibili mutamenti: con alti e bassi, slanci e cadute, frequenti accostamenti di ciò che è lontano e separato.

11)    Elementi di utopia sociale che sono introdotti sotto forma di visioni oniriche, viaggi sulla luna o in paesi sconosciuti.

12)   Largo uso di “generi” fra loro eterogenei: stralci di novelle, lettere, orazioni, opere di taglio teatrale ecc.; libera commistione di prosa formalmente ”lirica” e versificazione di tematiche “prosastiche”, o addirittura “impoetiche” rispetto a specifici criteri convenzionali.

13)    Pluralità di stili e di toni: instaurando un nuovo rapporto verso la parola come materiale letterario, si pone una pietra miliare per tutta la futura linea dialogica nell’ambito della prosa e della poesia.

14)    Carattere pubblicistico di attualità. E’ una specie di genere giornalistico che, fin dall’antichità, mostra uno spiccato interesse verso i fatti di cronaca e gli avvenimenti sociopolitici del giorno.


Il carnevale e la carnevalizzazione della letteratura


Il carnevale non è naturalmente un fenomeno letterario, ma una forma di spettacolo sincretistica di carattere rituale; esso ha elaborato tutto un linguaggio di forme simboliche concretamente percepibili. Questo linguaggio, essendo per l’appunto simbolico, non può essere mai completamente, adeguatamente ed esaurientemente spiegato attraverso la parola comune, ma consente una certa concreta trasposizione nel linguaggio ad esso più affine: quello delle immagini raffigurative, ovvero del linguaggio artistico-letterario per eccellenza. Questa trasposizione si definisce carnevalizzazione.

Definizione e caratteri del carnevale. Il carnevale è uno spettacolo senza ribalta e senza divisione in attori e spettatori. Nel carnevale tutti i partecipanti sono ugualmente attivi; il carnevale non si contempla e non si recita, lo si vive secondo le sue leggi; e finché queste leggi si mantengono in vigore, il vivere si fa carnevalesco: cioè un vivere sottratto al suo normale binario, una “vita all’incontrario”, un “mondo alla rovescia, a testa in giù”.

           1. Viene a cadere qualsiasi distanza fisica, estetica, sociale e culturale tra gli individui; si instaura un  contatto interpersonale eccezionalmente libero in ogni senso, basato sull’improvvisa scomparsa di quelle barriere gerarchiche che nella vita normale sono invalicabili. Questa categoria del “contatto assoluto”  si riflette anche nella tipica organizzazione delle manifestazioni di massa e di piazza, dove imperano il libero movimento costante, la danza sfrenata, il canto, il rumore nonché - soprattutto - una totale libertà di parola resa provvisoriamente possibile dall’episodio carnevalesco.

2. Viene elaborato un nuovo modo di rapportarsi tra gli esseri umani, in contrapposizione ai costrittivi rapporti gerarchico-sociali tipici della vita extra-carnevalesca. Il comportamento, il gesto, e la parola così affrancati divengono istintivamente eccentrici, inopportuni e persino scandalosi dal punto di vista della logica della normale vita extracarnevalesca. L’eccentricità è, infatti, una categoria fondamentale del senso carnevalesco del mondo.

3. Altra categoria sono le mésalliances carnevalesche: il rapporto libero e familiare si effonde senza limiti, abbracciando valori, pensieri, fenomeni e cose. Nelle combinazioni carnevalesche entra in contatto e si confonde tutto ciò che la concezione del mondo gerarchica extracarnevalesca teneva isolato, separato, nettamente diviso.

4. Non vi resta estranea nemmeno la voglia di profanazione: di qui  gli svariati “sacrilegi” carnevaleschi, tutto il sistema di esibizioni provocatorie spesso legate al sesso, alla fertilità, alla forza generativa e produttiva, le urlate oscenità,  le audaci parodie dei testi e delle opere sacre, e così via.

Le azioni carnevalesche


1. La burlesca incoronazione e successiva scoronazione del re del carnevale: alla base di questo atto rituale è il nucleo stesso del senso carnevalesco del mondo, il pathos delle sostituzioni e dei mutamenti, della morte e del rinnovamento. Il carnevale è la festa del tempo che tutto distrugge e tutto rinnova.
L’incoronazione-scoronazione è un rito bivalente, che esprime al tempo stesso l’inevitabilità e  l’imprevedibilità insite nel fenomeno di avvicendamento-rinnovamento: la gaia relatività di qualsiasi regime e ordine, di qualsiasi potere e posizione gerarchica. Nell’incoronazione è già contenuta l’idea dell’imminente scoronazione: essa è un inizio dell’ambivalente.
Nella fase di scoronazione si mostra con particolare evidenza il pathos carnevalesco degli avvicendamenti e dei rinnovamenti, l’immagine ambigua della morte creatrice. Questa fase del rito è stata forse maggiormente ripresa ed elaborata in letteratura. Il rituale carnevalesco della incoronazione-scoronazione ha in effetti determinato un particolare tipo di costruzione delle immagini artistiche e di intere opere d’arte, in cui al momento “negativo” della scoronazione dell’eroe viene attribuito uno spiccato carattere bivalente.

2. Natura ambivalente delle immagini carnevalesche. Tutte le immagini del carnevale sono uniche e duplici al tempo stesso, unendo in sé i due poli di avvicendamento della crisi: nascita e morte, benedizione e maledizione, lode e ingiuria, gioventù e vecchiaia, ecc... Caratteristici sono l’uso di figure accoppiate, scelte per contrasto o per somiglianza, l’uso degli oggetti alla rovescia.
Principali immagini ambivalenti nel carnevale:
a.     fuoco, che contemporaneamente distrugge e rinnova il mondo
b.     riso, legato ad antichissime forme di riso rituale, rivolto verso qualcosa di superiore e legate alla morte e alla resurrezione, all’atto della riproduzione, ai simboli della vita riproduttiva. Il riso carnevalesco è anch’esso diretto verso l’alto, all’avvicendamento dei poteri e delle verità, degli ordinamenti del mondo. Esso invade e comprende ambedue i poli dell’avvicendamento, la stessa crisi. Nell’atto del riso carnevalesco si uniscono morte e resurrezione, negazione e affermazione.
c.     parodia: è un elemento fondante di tutti i generi carnevalizzati, è la creazione di un sosia scoronizzante, è sempre “mondo alla rovescia”. I sosia parodianti divengono un fenomeno abbastanza frequente anche nella letteratura carnevalizzata successiva a quella antica. (Cfr. Cervantes e non solo per il suo Don Chisciotte, Erasmo, Rabelais e lo stesso Dostoevskij.)

              3. La piazza. Costituisce, insieme alle vie adiacenti, la scena principale delle azioni carnevalesche.  Idealmente il Carnevale nasce per abbracciare tutto quanto il popolo; è il momento universalizzante per antonomasia, al quale tutti sono indistintamente invitati a partecipare. E la piazza è il simbolo di questo tipo di universalità popolare.
Nella letteratura carnevalizzata il significato della piazza, come luogo in cui si svolge l’azione, diventa bipolare: attraverso la piazza reale è come se si intravedesse la piazza carnevalesca del libero contatto e delle coronazioni-scoronazioni popolari.

Carnevale e carnevalesco nel corso dei secoli

Le feste di tipo carnevalesco ebbero un posto di enorme importanza nella vita delle più vaste masse popolari dell’antichità, sia greca che latina, in cui la festività principale di carattere carnevalesco erano i saturnali. In quest’epoca tutto il settore artistico del serio-comico subì il processo della carnevalizzazione.

Nel Medioevo la vastissima letteratura comica e parodistica nelle lingue nazionali e in latino in un modo o nell’altro era legata alle feste di tipo carnevalesco: si può dire che l’uomo medievale vivesse due vite: una ufficiale, monoliticamente seria e accigliata, sottomessa a un rigoroso ordine gerarchico, piena di paura, dogmatismo, devozione e pietà, e un’altra carnevalesca, di piazza: straripante di riso sfrenato, di sacrilegi, profanazioni, degradazioni e oscenità, di intimo contatto familiare con tutto e con tutti.

Nel Rinascimento l’elemento carnevalesco contribuì ad abbattere molte barriere penetrando in molti ambiti della filosofia esistenziale, intaccando per molti aspetti la concezione della vita stessa come ufficialmente accreditata.  E soprattutto si impadronì di quasi tutti i generi della letteratura e li trasformò in maniera sostanziale. Si ebbe, in effetti, una profonda e compatta carnevalizzazione di tutta la letteratura propriamente artistica; ma Il Rinascimento può dirsi l’apice della “vita carnevalesca” in senso lato.

A partire dal XVII secolo il carnevalesco perde quasi del tutto la sua popolarità: il suo valore liberatorio nella vita vissuta diminuisce nettamente, le sue forme rituali si impoveriscono. Già nel tardo Rinascimento comincia a svilupparsi una “cultura cortigiana” di “balli in maschera”: un gusto per le feste in costume e simili intrattenimenti definibili piuttosto come “mascherate di élite”, ormai avulse dalla base popolare e dalla piazza.
Mutò quindi anche il carattere della carnevalizzazione della letteratura. Fino alla metà del XVII secolo il popolo era direttamente coinvolto nelle  manifestazioni carnevalesche e si rendeva pertanto ”filosoficamente” partecipe del senso carnevalesco del mondo; la carnevalizzazione aveva quindi un carattere ”vitalistico” immediato, la sua fonte di ispirazione essendo il carnevale stesso, in tutte le sue concrete sfaccettature. Essa inoltre offriva un orientamento estetico-formale, cioè determinava non soltanto il contenuto, ma le scelte stesse del genere stilistico dell’opera. Sicché, dopo la metà del XVII secolo,  la carnevalizzazione artistica per ispirazione diretta e autentica cede il passo all’influsso di una letteratura carnevalizzata di seconda mano, già acquisita in epoche anteriori.  Di conseguenza la carnevalizzazione viene a configurarsi come un sedimento residuale, un succedaneo di matrice puramente letteraria.


Il carnevalesco nel dialogo socratico e nella satira menippea

Nel dialogo socratico i dibattiti carnevalesco-popolari sugli argomenti precipui della vita e della morte, della tenebra e della luce, della nascita e della rinascita, ovvero tutti quelli contrassegnati dal pathos degli avvicendamenti esistenziali, al quale voler opporre  una certa gaia relatività capace di indurre il pensiero a non arrestarsi, né tanto meno a cristallizzarsi sussiegosamente intorno a stereotipi e preconcetti unilaterali, stanno alla base del nucleo originario di questo genere. L’ironia socratica non è che il riso carnevalesco opportunamente attenuato. Carattere carnevalesco ha anche la figura di Socrate (unione ambigua di bellezza interiore e di bruttezza fisica).

Nella satira menippea la natura carnevalesca è ancora più evidente, in particolare nel trattamento carnevalesco dei tre piani della menippea: l’Olimpo, la terra e l’oltretomba. (Cfr. soprattutto il “mondo infero” che livellava i rappresentanti di tutte le gerarchie terrene, e in cui  si trovava realizzata appieno la logica carnevalesca del mondo rovesciato “a testa in giù”).  La carnevalizzazione inoltre permetteva di trasferire le questioni ultime dalle astrazioni filosofiche al piano concreto-sensibile mediante il proliferare di situazioni narrative immaginosamente cariche di un vitalismo viscerale ovunque palpabile, e perciò tanto più incisive, cogenti e accattivanti.

Michail Bachtin

Considerazioni conclusive:

Nello sviluppo ulteriore della letteratura europea, e non solo, la carnevalizzazione  ha consentito – e, in epoca postmoderna, tuttora consente -- di aggirare felicemente ogni artefatta distinzione tra i generi, di superare gli schematismi dogmatici nelle scelte stilistiche e lessicali, di sconfiggere ogni chiusura arbitraria nei confronti dell’umana creatività, specie quella che saggiamente propugni il concetto di arte per la vita. Ad onta di ogni strumento espressivo inutilmente vincolante ove non meglio ponderato e giustificabile, ha avvicinato ciò che era assurdamente lontano, ha unito ciò che era ingiustamente separato. In questo consiste la grande e duratura lezione della carnevalizzazione nella storia della letteratura mondiale.


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[1] Liberamente tratto da Michail Bachtin, Dostoevskij, Torino, 1968 e 2002, pp.139-79.

Roberto Vittorio Di Pietro

venerdì, maggio 26

ONEIRIKOS romanzo di Danila Oppio

Il mio romanzo Oneirikos è ora sul sito dell'Editore, e lo potrete trovare a questi due link:
oppure richiederlo direttamente  me, a questa email: danilaoppio@gmail.com

venerdì 26 maggio 2017

Danila Oppio - ONEIRIKOS



Autrice: Danila Oppio
Titolo: ONEIRIKOS
Editore: L’ArgoLibro
Anno di pubblicazione: 2017 
Numero pagine: 128
Formato: 14,8x21
Codice ISBN: 978-88-94907-07-7
Prezzo di copertina euro 12,00
Spese di spedizione euro 4,63 (raccomandata postale)
Per info e ordini: largolibro@gmail.com 
Per contattare l’autrice:  danilaoppio@gmail.com  
 Un romanzo molto particolare, questo di Danila Oppio: un dialogo denso, sorprendente, colmo di sapienza che si fa emozione, di conoscenza che tocca le corde più profonde dell’animo di chi legge.
È una possibilità, questa, che ci viene offerta solo dall’arte, quando – beninteso – l’artista possiede la capacità di “andare oltre” le apparenze. “ONEIRIKOS” vuole essere proprio questo: uno sguardo (duplice: maschile e femminile) che si solleva e guarda gli eventi dall’alto, dal di fuori, e quindi “oltre” ciò che è manifestazione apparente.
L’excursus storico s’intreccia con profonde considerazioni, il richiamo della bellezza artistica incontra la quotidianità che a volte ferisce e altre volte insegna: un “tutt’uno” che si incontra in pagine appassionanti che sono tali anche per la bravura squisitamente artistica dell’autrice.
“Danila mi ha fatto vivere nell’Eden, poi in via Panisperna, nel deserto del Nevada, tra le macerie di Hiroshima, ma anche nell’Empireo, nei cieli di Dio e in quelli di Dante”, scrive Salvo Figura nella sua introduzione. È proprio così: nella ricerca feconda di un Senso, insieme ai protagonisti, attraversiamo epoche apparentemente lontanissime una dall’altra. Invece, leggendo “ONEIRIKOS”, ci accorgiamo dei sottili ma ben presenti legami, riconosciamo le motivazioni “interiori” che guidano scelte a prima vista del tutto incomprensibili.
Eve e Adam richiamano, naturalmente, la prima donna e il primo uomo, ed è un richiamo ideale ed efficace per “riportarci” all’essenza di ciò che va compreso. La celeberrima, terribile foto del bambino di Hiroshima, che chiude il romanzo, è sempre lì a ricordarci l’assoluta necessità di comprendere “prima” l’insensatezza di certe nostre azioni guidate dall’odio.

Rimarca, nella postfazione, Tommaso Mondelli: “Il romanzo evoca l’insensatezza umana, a causa della quale il sole non riesce più a illuminare la Terra. Che ne resta dell'uomo, se di una possibile apocalisse ne fosse il diretto responsabile?” Una domanda alla quale non possiamo non rispondere, e splendide opere come questa di Danila Oppio ci aiutano. 
L'editore