POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
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mercoledì, dicembre 28

SETTE BREVI LEZIONI DI FISICA di Carlo Rovelli

Ho letto diverse recensioni di quest'opera, che ha ottenuto larghi consensi e un successo, per l'autore, davvero insperato. Spero non mi faccia causa, per aver riportato alcuni stralci del suo testo, ma era per me importante riprenderli, per dare un senso al mio commento che segue. Credo piuttosto di aver dato al libro maggiore pubblicità. Lo consiglio vivamente, è un libro da bere d'un fiato!

Da SETTE BREVI LEZIONI DI FISICA di Carlo Rovelli
IN CHIUSURA: NOI

Ho tralasciato le altre sei lezioni, imperniate sulla fisica quantistica, le probabilità, il tempo e lo spazio, i buchi neri, ecc. E ho dato risalto alla parte finale che riguarda l’essere umano.
Questi sono stralci dell’ultimo capitolo, quelli che maggiormente mi hanno colpito e fatto riflettere, in particolare le parti evidenziate in neretto.

Che posto abbiamo noi, esseri umani che percepiscono, decidono, ridono e piangono, in questo grande affresco del mondo che offre la fisica contemporanea? Se il mondo è un pullulare di effimeri quanti di spazio e di materia, un immenso gioco a incastri di spazio e particelle elementari, noi cosa siamo? Siamo fatti anche noi solo di quanti e particelle? Allora da dove viene quella sensazione di esistere singolarmente e in prima persona che prova ciascuno di noi? Cosa sono i nostri valori, i nostri sogni, le nostre emozioni, il nostro stesso sapere? Chi siamo noi, in questo mondo sterminato e rutilante?
Non posso neppure immaginare di provare per davvero a rispondere a una tale domanda. E’ una domanda difficile. Nel grande quadro della scienza contemporanea ci sono molte cose che on capiamo, e una di quelle che comprendiamo meno siamo noi stessi.
Evitare questa domanda e far finta di niente vorrebbe dire, credo, trascurare qualcosa di essenziale. Mi sono proposto di raccontare come appare il mondo alla luce della scienza, e nel mondo ci siamo anche noi.
“Noi”, esseri umani, siamo prima di tutto il soggetto che osserva questo mondo, gli autori, collettivamente, di questa fotografia della realtà che ho provato a comporre. Siamo nodi di una rete di scambi, nella quale ci passiamo immagini, strumenti, informazioni e conoscenza. Del mondo che vediamo, siamo anche parte integrante, non siamo osservatori esterni. Siamo situati in esso. La nostra prospettiva su di esso è dall’interno. Siamo fatti degli stessi atomi e degli stessi segnali di luce che si scambiano i pini sulle montagne e le stelle nelle galassie.
Ma mano che la nostra conoscenza è cresciuta, abbiamo imparato sempre di più questo nostro essere parte, e piccola parte, dell’universo. Ciò è avvenuto già nei secoli passati, ma sempre di più nell’ultimo secolo. Pensavamo di essere sul pianeta al centro del cosmo, e non lo siamo. Pensavamo di essere una razza a parte, nella famiglia degli animali e delle piante, e abbiamo scoperto che siamo discendenti degli stessi genitori di ogni altro essere vivente intorno a noi. Abbiamo bisnonni in comune con le farfalle e con i larici. Siamo come un figlio unico che cresce e impara che il mondo non gira solo intorno a lui come pensava quando era piccolo. Deve accettare di essere uno fra gli altri. Specchiandoci negli altri e nelle altre cose, impariamo chi siamo.
Durante il grande idealismo tedesco, Schelling poteva pensare che l’uomo rappresentasse il vertice della natura, il punto altissimo dove la realtà prende coscienza di se stessa. Oggi, dal punto di vista del nostro sapere sul mondo naturale, questa idea ci fa sorridere. Se siamo speciali, siamo speciali com’è speciale ognuno per se stesso, ogni mamma per il suo bimbo. Non certo per il resto della natura. Nel mare immenso di galassie e di stelle, siamo un infinitesimo angolo sperduto; fra gli arabeschi infiniti di forme che compongono il reale, noi non siamo che un ghirigoro fra tanti.
Le immagini che ci costruiamo dell’universo vivono dentro di noi, nello spazio dei nostri pensieri. Fra quelle immagini – fra quello che riusciamo a ricostruire e comprendere con i nostri mezzi limitati – e la realtà della quale siamo parte, esistono filtri innumerevoli: la nostra ignoranza, la limitatezza dei nostri sensi e della nostra intelligenza, le condizioni stesse che la nostra natura di soggetti, e soggetti particolari, mette nell’esperienza. Queste condizioni, tuttavia, non sono universali, come immaginava Kant, deducendone poi, evidentemente a torto, che la natura euclidea dello spazio e perfino la meccanica newtoniana dovessero essere vere a priori. Sono a posteriori dell’evoluzione mentale della nostra specie, e sono in evoluzione continua. Non solo impariamo, ma appendiamo anche a cambiare gradualmente la nostra struttura concettuale, e ad adattarla a ciò che impariamo. E quello che impariamo a conoscere, anche se lentamente e a tentoni, è il mondo reale di cui siamo parte. Le immagini che ci costruiamo dell’universo vivono dentro di noi, nello spazio dei nostri pensieri, ma descrivono più o meno bene il mondo reale di cui siamo parte.
Seguiamo tracce per descrivere meglio questo mondo. Quando parliamo del Big Bang o della struttura dello spazio, quello che stiamo facendo non è la continuazione dei racconti liberi e fantastici che gli uomini si sono narrati attorno al fuoco nelle sere di centinaia di millenni. E’ la continuazione di qualcos’altro: dello sguardo di quegli stessi uomini, alle prime luci dell’alba, che cerca tra la polvere della savana le tracce di un’antilope – scrutare i dettagli della realtà per dedurne quello che non vediamo direttamente, ma di cui possiamo seguire le tracce. Nella consapevolezza che possiamo sempre sbagliarci, e quindi pronti ogni istante a cambiare idea se appare una nuova traccia, ma sapendo anche che, se siamo bravi, capiremo giusto e troveremo.
Questa è la scienza. La confusione fra queste due diverse attività umane, inventare racconti e seguire tracce per trovare qualcosa, è l’origine dell’incomprensione e della diffidenza per la scienza di una parte della cultura contemporanea. La separazione è sottile: l’antilope cacciata all’alba non è lontana dal dio antilope dei racconti della sera. Il confine è labile. I miti si nutrono di scienza e la scienza si nutre di miti. Ma il valore conoscitivo del sapere resta.
Se troviamo l’antilope possiamo mangiare.
Il nostro sapere riflette quindi il mondo. Lo fa più o meno bene, ma rispecchia il mondo che abitiamo. Questa comunicazione fra noi e il mondo non è qualcosa che ci distingue dal resto della natura. Le cose del mondo interagiscono in continuazione l’una con l’altra e, nel fare ciò, lo stato di ciascuna porta traccia dello stato delle altre con cui ha interagito: in questo senso esse si scambiano di continuo informazione le une sulle altre. L’informazione che un sistema fisico ha su un altro sistema, non ha niente di mentale o soggettivo, è solo il vincolo che la fisica determina fra lo stato di qualcosa e lo stato di qualcos’altro. Una goccia di pioggia contiene informazione sulla presenza di una nuvola nel cielo. Un raggio di luce contiene informazione sul colore della sostanza da cui proviene. Un orologio ha informazione sull’ora del giorno. Il vento porta informazione su un temporale vicino. Un virus del raffreddore ha informazione sulla vulnerabilità del nostro naso. Il DNA delle nostre cellule contiene tutta l’informazione sul nostro codice genetico, che ci fa rassomigliare a nostro padre, e il nostro cervello pullula d’informazioni accumulate durante la nostra esperienza. La sostanza prima dei nostri pensieri è una ricchissima informazione raccolta, scambiata, accumulata e continuamente elaborata.
Come può lo scambio continuo d’informazione nella natura produrre noi stessi e i nostri pensieri?
Il problema è apertissimo, e le possibili soluzioni su cui si sta ora discutendo sono molte e belle. Questa, io credo, è una delle frontiere più interessanti della scienza, dove i progressi stanno per essere maggiori. Strumenti nuovi ci permettono oggi di osservare l’attività del cervello in atto, e di mappare le reti intricatissime dello stesso, con impressionante precisione.
Idee precise sulla forma matematica delle strutture che possono corrispondere alla sensazione soggettiva della coscienza sono discusse non solo dai filosofi, ma anche dai neuro-scienziati.
C’è una questione in particolare, riguardo a noi stessi, che ci lascia spesso perplessi: che significa che siamo liberi di prendere delle decisioni, se il nostro comportamento non fa che seguire le leggi della natura? Non c’è forse contraddizione fra la nostra sensazione di libertà e il rigore con cui abbiamo ormai compreso si svolgono le cose del mondo? C’è forse qualcosa in noi che sfugge le regolarità della natura, e ci permette di torcerle e sviarle con il nostro stesso pensiero?
No, non c’è nulla in noi che sfugge le regolarità della natura. Se qualcosa in noi violasse le regolarità naturali, l’avremmo già scoperto da tempo.  Non c’è nulla in noi che violi il comportamento naturale delle cose. Tutta la scienza moderna, dalla fisica alla chimica, dalla biologia alle neuroscienze, non fa che rafforzare questa osservazione.
La soluzione della confusione è un’altra: quando diciamo che siamo liberi, ed è vero che possiamo esserlo, ciò significa che i nostri comportamenti sono determinati da quello che succede dentro noi stessi, nel cervello, e non sono costretti dall’esterno.
Essere liberi non significa che i nostri comportamenti non siano determinati dalle leggi della natura. Significa che sono determinati dalle leggi della natura che agiscono nel nostro cervello. Le nostre decisioni libere sono liberamente determinate dai risultati delle interazioni fugaci e ricchissime fra miliardi di neuroni del nostro cervello: sono libere quanto è l’interagire di questi neuroni che le determina.
Questo significa che quando decido, sono “io” a decidere? Si, certo, perché sarebbe assurdo chiedersi se “io” non posso fare qualcosa di diverso da quello che decide di fare il complesso dei miei neuroni: le due cose, come aveva compreso con lucidità meravigliosa nel XVII secolo il filosofo olandese Baruch Spinosa, sono la stessa cosa. Non ci sono “io” e “i neuroni del mio cervello”.
Si tratta della stessa cosa. Un individuo è un processo, complesso, ma strettamente integrato.
Quando diciamo che il comportamento umano è imprevedibile, diciamo il vero, perché è troppo complesso per essere previsto, soprattutto da noi stessi.  La nostra intensa sensazione di libertà interiore, come Spinoza aveva visto acutamente, viene dal fatto che l’idea delle immagini che abbiamo di noi stessi sono estremamente più rozze e sbiadite del dettaglio della complessità di ciò che avviene dentro di noi. Noi siamo sorgente di stupore per noi stessi. Abbiamo cento miliardi di neuroni nel nostro cervello, tanti quante le stelle di una galassia, e un numero ancora più astronomico di legami e combinazioni in cui questi possono trovarsi.  Di tutto questo non siamo coscienti. “Noi” siamo il processo formato da questa complessità, non quel poco di cui siamo coscienti.
Quell’”io” che decide è lo stesso “io” che si forma – in un modo che ancora, non ci appare certo del tutto chiaro, ma incominciamo a intravedere – dello specchiarsi su se stesso, dall’auto rappresentarsi nel mondo, dal riconoscersi come punto di vista variabile collocato nel mondo, di quella impressionante struttura che gestisce informazione e costruisce rappresentazioni, che è il nostro cervello.
Quando abbiamo la sensazione che “sono io “a decidere, non c’è nulla di più corretto: chi altri? Io, come voleva Spinoza, sono il mio corpo e quanto avviene nel mio cervello e nel mio cuore, con la loro sterminata e per me stesso inestricabile complessità.
L’immagine scientifica del mondo, non è allora in contraddizione con il nostro sentire noi stessi. Non è in contraddizione con il nostro pensare in termini morali, psicologici, con le nostre emozioni. Il mondo è complesso, noi lo catturiamo con linguaggi diversi, appropriati per i diversi processi che lo compongono. I diversi linguaggi s’intersecano, si intrecciano e si arricchiscono l’un l’altro, come i processi stessi.
I nostri valori morali, le nostre emozioni, i nostri amori, non sono meno veri per il fatto di essere parte della natura, di essere condivisi con il mondo animale o per essere cresciuti ed essere stati determinati dai milioni di anni dell’evoluzione della nostra specie. Anzi, sono più veri per questo: sono reali.
Sono la complessa realtà di cui siamo fatti. La nostra realtà è il pianto e il riso, la gratitudine e l’altruismo, la fedeltà e i tradimenti, il passato che ci perseguita e la serenità, La nostra realtà è costituita dalle nostre società, dall’emozione della musica, dalla ricche reti intrecciate nel nostro comune sapere, che abbiamo costruito insieme. Della natura siamo parte integrante, siamo natura, in una delle sue innumerevoli e svariatissime espressioni.
Questo ci insegna la nostra conoscenza crescente delle cose del mondo. Quanto è specificatamente umano non rappresenta la nostra separazione dalla natura, è la nostra natura. E’ una forma che la natura ha preso qui sul nostro pianeta, nel gioco infinito delle sue combinazioni, dell’influenzarsi  e scambiarsi correlazioni, e l’informazione fa le sue parti. Chissà quali e quante altre straordinarie complessità, in forme forse addirittura impossibili da immaginare per noi, esistono negli sterminati spazi del cosmo…
C’è tanto spazio lassù, è puerile pensare che in quest’angolo periferico di una galassia delle più banali ci sia qualcosa di speciale. La vita, sulla Terra, non è che un assaggio di cosa può succedere nell’universo. La nostra anima non ne è che un altro.
Noi siamo una specie curiosa, l’unica rimasta di un gruppo di specie (il genere “Homo”) formato da almeno una dozzina di specie curiose. Le altre specie del gruppo si sono già estinte, alcune, come i Neanderthal, poco fa: neppure trentamila anni addietro.
Penso che la nostra specie non durerà a lungo. Non pare avere la stoffa delle tartarughe, che hanno continuato ad esistere simili a se stesse per centinaia di milioni di anni, centinaia di volte di più di quanto siamo esistiti noi. Apparteniamo a un genere di specie a vita breve. I nostri cugini si sono già tutti estinti. E noi facciamo danni. I cambiamenti climatici e ambientali, che abbiamo innescato, sono stati brutali e difficilmente ci risparmieranno. Per la Terra sarà un piccolo blip irrilevante, ma non credo che noi lo passeremo indenni: tanto più dato che l’opinione pubblica e la politica preferiscono ignorare i pericolo che stiamo correndo e mettere la testa sotto la sabbia. Siamo forse la sola specie sulla Terra consapevole dell’inevitabilità della nostra morte individuale: temo che presto dovremo diventare anche la specie che vedrà consapevolmente arrivare la propria fine o, quanto meno, la fine della propria civiltà.
Nasciamo e moriamo, come nascono e muoiono le stelle, sia individualmente che collettivamente. Questa è la nostra realtà. Per noi, proprio la sua natura effimera, la vita è preziosa. Perché, come scrive Lucrezio, “il nostro appetito di vita è vorace, la nostra sete di vita insaziabile” (da Rerum natura)
Ma immersi in questa natura che ci ha fatto e che ci porta, non siamo esseri senza casa, sospesi tra due mondi, parti solo in parte della natura, con la nostalgia di qualcosa d’altro. No, siamo casa.

La natura è la nostra casa e nella natura siamo a casa. Questo mondo strano, variopinto e stupefacente che esploriamo, dove lo spazio si sgrana, il tempo non esiste e le cose possono non essere in alcun luogo, non è qualcosa che ci allontana da noi: è solo ciò che la nostra naturale curiosità ci mostra della nostra casa. Della trama di cui siamo fatti noi stessi. Noi siamo fatti della stessa polvere di stelle di cui sono fatte le cose e sia quando siamo immersi nel dolore sia quando ridiamo e risplende la gioia, non facciamo che essere quello che non possiamo che essere: una parte del nostro mondo.
Per natura amiamo e siamo onesti. E per natura vogliamo sapere di più. E continuiamo a imparare. La nostra conoscenza del mondo continua a crescere.
Qui, sul bordo di quello che sappiamo, con contatto con l’oceano di quanto non sappiamo, brillano il mistero del mondo, la bellezza del mondo, e ci lasciano senza fiato.


Carlo Rovelli (Verona3 maggio 1956) è un fisico italiano. Ha lavorato in Italia e negli Stati Uniti e attualmente lavora in Francia. La sua principale attività scientifica è nell'ambito della gravità quantistica, dove è uno dei fondatori della gravità quantistica a loop (loop quantum gravity). Si è occupato anche di storia e filosofia della scienza, della nascita del pensiero scientifico, e, in particolare, della posizione di Anassimandro nello sviluppo della riflessione scientifica dell'umanità.

Ora che abbiamo letto una parte del libro interessantissimo del fisico teorico Rovelli, vorrei aggiungere qualche mia impressione.
La parte evidenziata in rosso mi ha reso perplessa. Siamo davvero liberi? Io credo di no, e non perché il nostro “io” è scisso dai neuroni cerebrali, quando dal fatto che, fin dalla più tenera infanzia, abbiamo ottenuto delle informazioni non nostre, da parte dell’educazione ricevuta dai genitori, dalle religioni, dalle ideologie politiche o filosofiche, qualsiasi esse siano, e dall’insegnamento scolastico. Un esempio fra tutti: se un insegnante di letteratura ci facesse conoscere le opere di un unico scrittore o poeta, e non quelle di un altro, a noi pare che quel poeta o scrittore sia colui con cui ci potremo forse identificare a nostra volta, nel caso volessimo dedicarci alla scrittura. E non avendo fonti di paragone, poiché  solo quello abbiamo imparato e solo quello rimane impresso nella nostra memoria, seguiremmo le sue orme. Anche il cibo che prediligiamo, è collegato a quello che cucinava la mamma, e solo chi è veramente curioso di assaggiare nuove pietanze, allarga i propri gusti. Ma se non sperimenta altri alimenti, il suo palato è condizionato dal cibo gustato nell’infanzia. Quindi non siamo liberi, bensì condizionati da cause esteriori.
Non viviamo come degli eremiti, siamo immersi in una società eterogenea, di conseguenza apprendiamo da altri alcune informazioni, che poi facciamo nostre, se le condividiamo, oppure le ripudiamo. Il nostro pensiero è condizionato da quello dei filosofi storici, dai politici, dagli insegnanti, dai libri che leggiamo. Il più delle volte  la scelta è oculata, ma talvolta il nostro pensiero viene deviato da quello altrui, e quindi crediamo di essere noi a pensare quella data cosa, ma in realtà ci è stata inculcata da un altro essere umano. Il cervello registra, e memorizza.
Pensare di definirci liberi è pura utopia, sappiamo invece che possiamo scegliere, se abbiamo discernimento, di accogliere o di rifiutare, e l’intelligenza per capire quel che può farci crescere spiritualmente, moralmente e culturalmente, da quello che potrebbe solo ledere la nostra coscienza e “contagiare” il nostro vero io.
Resta comunque chiaro che viviamo a contatto con il prossimo, e che è naturale trasmetterci l’un l’altro informazioni, poiché è possibile che ciò che io ignoro, un altro possa colmare la mia lacuna, o viceversa.
Lo stesso vale per i sentimenti positivi o d’amore, di cui il nostro amor proprio, il nostro cuore e la nostra anima hanno necessità, per farci vivere bene con noi stessi e con chi ci sta attorno. Rinchiudersi nel proprio “ego” non è libertà, è castrazione mentale. Ognuno di noi ha bisogno di relazionarsi con altri, per ricevere un sorriso, una parola buona, ma anche per essere noi stessi portatori di allegria, di pensieri positivi, di sentimenti buoni, di condivisione e di conforto, quando comprendiamo che il nostro interlocutore ne sente il bisogno.
In conclusione, non vi è nulla di nuovo sul fronte occidentale, quasi tutto lo scibile umano riconduce ai testi già scritti, niente di veramente originale, se non nella ricerca scientifica o nelle varie arti. Il nostro pensiero che crediamo libero, non è altro che un marasma di cognizioni inculcate fin dalla primissima infanzia, e poi apprese attraverso gli studi e le comunicazioni dei media.
A questo punto mi chiedo: ma davvero siamo liberi? Se taluni escono dagli schemi prefissati, sono tacciati da alienati, folli, squilibrati e, nella migliore delle ipotesi, da persone che non seguono le regole. E le regole, da chi son dettate? Non certo dal nostro meraviglioso cervello, ma da chi le ha imposte.
Sono persuasa che solo i sentimenti, di qualunque tipo, portino la nostra firma. Fanno parte del nostro vero “io”. Tutto il resto appartiene al campo della nozionistica, che proviene da fonti estranee a noi, che possiamo solo accogliere ciò che ci piace, e rifiutare quello che non aderisce alle nostre prospettive. Ma sono tutte cause esterne a noi, se noi stessi non ci mettiamo d’impegno nel realizzare qualcosa che sia davvero originale, di nostra esclusiva creazione. A quel punto, il nostro cervello e il nostro “io”, diventa libero, anche se solo in quella direzione.
Danila Oppio

Ho fatto leggere questo testo alla persona che mi ha donato il libro, ovvero al Cav. Tommaso Mondelli.  Ecco la sua risposta, piuttosto divertente!


Rovelli? Mi  sembra che il suo pensiero faccia riferimento al rapporto tra pensiero e azione: io faccio quello che penso e quello che ho fatto lo avevo liberamente pensato. Per quanto riguarda l’idea giuridica della libertà la si deve in rapporto agli altri. In sede penale la responsabilità di un atto può essere addebitata con l’accertamento dell’esistenza della capacità d’intendere e il volere di quanto posto in azione del soggetto. Chi, in altre parole, compie un atto essendovi stato costretto da una minaccia grave e attuale non può essere ritenuto responsabile. Da noi il minore di età dei 14 anni non può essere imputato né processato per incapacità assoluta a prescindere. Se fossimo considerati non liberi (come gli animali) potremmo uccidere senza essere condannati. Va bene che forse ci siamo già, tanto che solo ieri un automobilista ha ucciso una trentenne sulle strisce (reo confesso) ed è stato imputato e poi rilasciato a piede libero.
     Se Rovelli pensava questo ha sbagliato. Il ragionamento di Rovelli è molto sottile e lo ha affrontato non da scienziato ma da filosofo. Io sono della stessa materia di cui è fatta la pianta del viale che il vento abbatte e uccide il passante. La pianta e il vento hanno commesso il fatto e nessuno li processa: il vento scappa e la pianta è bruciata. Il morto? Fregato se non paga il Comune, che dovrebbe.
Tommaso Mondelli