POETANDO

In questo blog raccolgo tutti gli scritti, poetici e in prosa, disegni e dipinti di mia ideazione
Un diario dei miei pensieri non segreto, ma aperto a tutti.
E le poesie di amici e poeti illustri, che più mi hanno colpito.
In calce alla home page, così come sulla destra della stessa, potete leggere i miei quattro e-book, basta cliccare sulla copertina, e si apriranno le pagine. Buona lettura!

lunedì, febbraio 29

A.L.I. PENNA D'AUTORE: menzione d'onore a Danila Oppio

Oggi ho ricevuto l'antologia Vangelo Secondo Marco, nella quale è inserita la mia poesia Lode al Creato, che ha ottenuto la Menzione d'onore. A tutti coloro che anno avuto il diploma, è stata donata la prima pagina nella quale appare la loro opera. Quindi non si trova in tutte le antologie stampate, ma solo in quelle che sono state ordinate dai rispettivi autori.
Le opere contenute in tutte le antologie appartengono ai soli vincitori primi classificati al concorso indetto da A.L.I. Penna d'Autore, relativo ai Vangeli Canonici della Cristianità. Il concorso ha fini benefici. I miei sinceri complimenti all'Associazione che indice vari concorsi, la quale non solo realizza antologie molto ben curate, eleganti, ma che attraverso la vendita delle stesse, dona parte del ricavato in beneficenza.


La copertina dell'antologia è in similpelle color rosso scuro, con scritte in oro, che qui non appaiono per un problema dello scanner.

La mia poesia inserita in prima pagina è la seguente:



E questo è il diploma per Menzione d'Onore


Lutto in casa di Tommaso Mondelli

Con sentimenti colmi di dolore, siamo vicini a Tommaso Mondelli per la dipartita della moglie Amalia, il cui cuore ha cessato di battere questa mattina alle ore 9,30.
Mondelli è uno scrittore e poeta, del quale molte volte abbiamo pubblicato le sue opere su questo blog. Le potrete leggere cliccando sotto la voce Etichette "Spazio Tommaso Mondelli" che trovate alla destra della home page.
Carissimo Tommaso, ti siamo tutti vicini, in questa triste circostanza. 
Il giorno di Natale hai fatto eseguire una fotografia che raffigura tutta la tua bella famiglia. Lascia che la pubblichi a ricordo di Amalia.


domenica, febbraio 28

La lista della spesa di Umberto Eco - seguito

Ho ricevuto questa mattina una email da parte di un amico lettore di questo blog, il cui contenuto pubblico qui sotto:
  "Ho letto nel blog proprio un minuto fa un qualcosa di carino su Umberto Eco. A parte il fatto che di lui ho letto ieri su una rivista una critica recensiva non molto plaudente, ma ammiro ciò che tu ne dici, anche  se l’altro non era maldicente. Vorrei farti notare una cosa che mi appare un errore, anche se poi risulta che l’errore è dalla mia parte che noto l’errore.( ndr: carina come espressione!).  Scrivi nell’assunto "sé stesso" e a me pare che l'espressione vada scritta "se stesso", mentre il "sé" lo deve essere se manca la particella "stesso". Non è che hai voluto imitare Eco nel pensare di scrivere come non si deve scrivere. In tal caso mi ritiro, ma la gente che legge non la potrebbe pensare così. Mi sono permesso dato che quello scrivi è leggibile da parte di molti. E che si tratti di lapsus calami."

Rispondo all'amico ringraziandolo per il contenuto della sua email, perché il problema che ha posto mi ha costretta (piacevolmente) ad occuparmi di una ricerca in merito.
Premesso che uno straniero che debba imparare la lingua italiana, avrebbe difficoltà a distinguere un "se da un sé" e quindi non saprebbe come tradurlo, posso azzardare un esempio sui generis:
se stesso: tradotto in inglese:    himself 
                 tradotto in francese:  lui-même
                 tradotto in spagnolo: sí mismo
                 dal latino:                   sibi 

Allora facciamo il punto: le traduzioni qui sopra sono corrette, ma se tralasciamo l'accento su "se": una persona che non conosce la nostra lingua e traduce così come vede scritto, potrebbe arrivare a questo inaspettato risultato:

se stesso: if same (se come)
                 meme si  (anche se)  -mi spiace ma non ho l'uso dell'accento circonflesso sulla e 

E così per tutte le altre lingue. Ovvero,  se stesso verrebbe tradotto con altro significato, basandosi sul "se" senza accento, che è congiunzione dubitativa.
Secondo il mio modesto parere, sarebbe meglio mantenere l'accento (sé stesso), in quanto si tratta di un pronome personale riflessivo di terza persona, mentre il "se" non accentato è una congiunzione. Alcuni esempi presi dall'Enciclopedia Treccani:
Esempio di congiunzione:
Se fossi venuto ieri, mi avresti trovato 
, con l’accento acuto (dal latino se), è il pronome personale riflessivo di terza persona
Pensa solo a 
Di per  sarebbe una buona idea.
  • Una diffusa consuetudine vuole che il pronome personale perda l’accento davanti all’aggettivo dimostrativo stesso, perché verrebbe meno la possibilità di confonderlo con la congiunzione se.
  • Tuttavia, non c’è ragione per cui una medesima forma debba essere scritta in un caso con l’accento e in un altro senza; inoltre, il problema della confusione potrebbe sorgere al plurale (se stessi e se stesse sono sequenze nelle quali se può essere congiunzione, in frasi come: se stessi male, ti chiamerei; se stesse a casa, risponderebbe).
  • È dunque consigliabile, perché più logica ed economica, la forma stesso
Dunque Treccani conferma il mio pensiero. Proprio in ragione di uno studente straniero che, se desidera imparare la nostra lingua, possa incorrere nel rischio di tradurre in modo errato l'accezione "se stesso" scritta priva di accento. 
Ma andiamo oltre. 
In questi giorni l'Accademia della Crusca è stata presa d'assalto per il  neologismo  "petaloso" coniato da uno studente. (Che poi non lo ha inventato lui, in quanto già nel 1700 è stato usato in un libro di botanica. 

Ho deciso allora di ricercare tra le pubblicazioni  della Crusca, in rete , cosa dice a proposito di "se stesso" o "sé stesso". Diciamo che valgono entrambi, poiché se recentemente si è persa l'abitudine di accentare il "sé", resta comunque il fatto che lo stesso Manzoni lo aveva inserito nel suo romanzo "I promessi sposi". E lo scrittore milanese era pur andato a "lavare i panni in Arno"! 





Ecco dunque cosa ci dice l'Accademia della Crusca:


Accentazione del pronome se stesso
Il pronome tonico riflessivo singolare e plurale  ("ognuno pensi per sé"; "la guida disse agli escursionisti di portare gli zaini con sé") richiede l'accento acuto, che va dal basso verso l'alto, da sinistra a destra, ed indica graficamente la pronuncia chiusa della vocale e (ossia il fonema anteriore o palatale medio alto /e/), distinguendosi in tal modo dal se congiunzione ("se te ne vai, avvertimi") o pronome atono ("se ne andò").
Riguardo alla possibilità di alternanza tra le forme sé stessi e se stessi, si possono notare due diverse tendenze.
Alcuni studiosi evitano infatti in questo caso di indicare l'accento a livello grafico, considerandolo non richiesto in quanto il pronome non può confondersi con il se congiunzione. Tale confusione potrebbe eventualmente generarsi solo estrapolando dal contesto la forma rafforzata se stessi, interpretando stessi come prima o seconda persona singolare del congiuntivo imperfetto del verbo "stare".
Alla voce "sé" il GRADIT - Grande dizionario italiano dell'uso, ideato e diretto da Tullio De Mauro (Torino, Utet, 2000), presenta quindi i seguenti esempi privi di accento grafico: «adesso è inutile prendersela con se stessi, non gli manca la fiducia in se stesso»; «tradire se stessi». Analogamente, nel Sabatini Coletti - Dizionario della Lingua Italiana (Milano, Rizzoli-Larousse, 2005), alla voce "sé" gli autori notano a lemma, tra parentesi, «si può non accentare prima di stesso, medesimo», inserendo nella voce i seguenti esempi e citazioni d'autore: «per convincere gli altri bisogna prima convincere se stessi»; «in se medesimo si volgea co' denti (Dante)».
Altri considerano invece opportuno indicare sempre l'accento del pronome tonico riflessivo, scrivendo pertanto sé stessosé stessasé stessi ecc.
Luca Serianni (Grammatica italiana - Italiano comune e lingua letteraria, Torino, Utet, 1991o', p. 57) ritiene, ad esempio, «Senza reale utilità la regola di non accentare  quando sia seguito da stesso o medesimo, giacché in questo caso non potrebbe confondersi con la congiunzione: è preferibile non introdurre inutili eccezioni e scrivere sé stessosé medesimo. Va osservato, tuttavia, che la grafia se stesso è attualmente preponderante [...]». In proposito, infine, il DOP - Dizionario d'ortografia e di pronunzia redatto da Bruno Migliorini, Carlo Tagliavini e Piero Fiorelli (Torino, ERI, 1981) osserva (s.v.): «frequenti ma non giustificate le varianti grafiche se stessose medesimo, invece di sé stessosé medesimo».
Svolgendo una breve indagine in diacronia, vediamo che il Tommaseo-Bellini (N. Tommaseo-B. Bellini, Dizionario della lingua italiana, Torino, Unione tipografico-editrice 1861-1879) riporta negli esempi (s.v.) il pronome rafforzato privo di accento nelle forme se stessase stessose stessi.
Consultando la LIZ 2001 (Letteratura Italiana Zanichelli, CD-ROM dei testi della letteratura italiana, a cura di Pasquale Stoppelli, Eugenio Picchi, sistema di interrogazione DBT in collaborazione con il Consiglio Nazionale delle Ricerche, Bologna, Zanichelli, 2001) è inoltre possibile osservare che nelle sue opere il Manzoni impiega entrambe le forme. Per se stesso la LIZ riporta infatti 18 contesti, tra i quali il seguente, tratto da Fermo e Lucia (la forma non accentata è tuttavia assente nelle due successive edizioni dei Promessi Sposi): «lecito anzi bello il condannare, cioè quando uno giudica se stesso. Vedete quello che hanno pensato dei loro scritti amorosi - Tomo 2, cap. 1.12»; se stessi vede invece 3 contesti, tutti in Fermo e Lucia, come ad esempio «di quel giorno, non sapendo bene render conto a se stessi se dovessero essere soddisfatti o no, parendo loro che - Tomo 3, cap. 7.29». La forma con accento grave sè stesso occorre in 33 contesti, 1 in Fermo e Lucia, 13 nella "ventisettana", 14 nella "quarantana", 5 in Storia della colonna infame. Nell'edizione del 1840 dei Promessi Sposi possiamo ad esempio leggere: «tremava anche per quel pudore che non nasce dalla trista scienza del male, per quel pudore che ignora sè stesso, somigliante alla paura del fanciullo - Cap. 8.67». Al maschile plurale sono attestati 2 contesti, entrambi riguardanti il medesimo passo delle due edizioni dei Promessi Sposi, che qui cito dalla "quarantana": «I vaneggiamenti degl'infermi che accusavan sè stessi di ciò che avevan temuto dagli altri, parevano rivelazioni - Cap. 32.24». Non c'è invece attestazione per la forma con accento acuto sé stesso, mentre è registrato un solo esempio con sé stessi, tratto dall'opera Il Conte di Carmagnola: «MARCO \ ... tutti / I generosi, che giovando altrui / Nocquer sempre a sé stessi, e superate / Tutte le vie delle più dure imprese - At. 1, sc. 5.16». È noto che la distinzione tra accento grafico grave e acuto era largamente trascurata ancora nel secolo XIX.
In conclusione, sebbene negli attuali testi di grammatica per le voci rafforzate se stessose stessa e se stessi non sia previsto l'uso dell'accento, è preferibile considerare non censurabili entrambe le scelte, mancando in realtà una regola specifica che ne possa stabilire il maggiore o minore grado di correttezza. Si raccomanda di tener conto di questa "irrilevanza" specialmente in sede di valutazione di elaborati scolastici e affini.

A cura di Manuela Cainelli
Redazione Consulenza Linguistica
Accademia della Crusca
2 agosto 2007




A conclusione di questa lunga ed elaborata ricerca, posso sostenere che la ragione è di entrambi, ovvero sia dell'amico che ha sollevato il problema, sia mia. Ma credo che, a ragion veduta, sarebbe meglio mantenere l'accento, per agevolare gli studenti stranieri che desiderano imparare la nostra lingua.

Danila Oppio

sabato, febbraio 27

La lista della spesa di Umberto Eco



C’è una sola cosa che si scrive solo per se stesso, ed è la lista della spesa.

Serve a ricordarti che cosa devi comperare, e quando hai comperato puoi distruggerla perché non serve a nessun altro.
Ogni altra cosa che scrivi, la scrivi per dire qualcosa a qualcuno.

Umberto Eco


Ecco, se lo dice lui, allora quel che già pensavo era giusto. Molti sostengono che si scrive per sé stessi. Credo che questo valga solo per il diario personale, che di norma resta segreto. Chi scrive, non lo fa solo per il piacere della scrittura, sia essa in prosa che in poesia, ma per comunicare agli altri il suo sentire, i suoi sogni, la sua filosofia di pensiero. Che poi lo traduca in un romanzo, o in qualche verso, poco importa. Se Manzoni avesse scritto I promessi sposi solo per un suo piacere personale, ora non conosceremmo la storia di Renzo e Lucia,  immersa nella Storia. Dicasi così per tutti gli autori le cui opere sono materie di studio scolastico, o per quelli che hanno scritto romanzi di un certo pregio, che avvincono il lettore. E per chi ama le composizioni poetiche, non sapremmo mai di che trattava la Divina Commedia, o il Canzoniere.
Chi ha orecchi per intendere, intenda!
Mio consiglio è quello di scrivere sempre, serve come esercizio per la mente, e per creare un'occasione di scambio culturale con chi leggerà ciò  che avete voluto trasmettere, anche se dovesse trasformarsi in uno scontro verbale, piuttosto che in un dialogo costruttivo.
Vedo su FB (Facebook) tanti post presi da pensieri altrui. Perché invece non  scrivere direttamente il proprio modo di sentire, o di vedere le vicende della propria esistenza, usando la mente nostra e non quella altrui? L'aforisma di Eco è stato per me solo un mezzo per ampliare un discorso di più ampio respiro.
Danila Oppio


venerdì, febbraio 26

The Tyger di William Blake tradotta da Roberto Vittorio Di Pietro

26 febbraio 2016
Le allego la mia versione di questa celeberrima poesia di William Blake: è il testo italiano al quale si riferisce l'anglista/americanista Claudio Gorlier nella sua nota critica alla mia opera.
Un caro saluto.  

Roberto V. Di Pietro




La Ragione è la parola dell’intelligenza
che in essa si specchia come in un‘immagine.
(Nicola Cusano)
Un uomo tanto più difficilmente sarà grande
quanto più sarà dominato dalla Ragione.
(Giacomo Leopardi)

tigre! TIGRE!

Tigre, tigre, che avvampi e risplendi,
che nelle selve notturne t’accendi,
qual fu la mano o pupilla immortale
che ti plasmò un tal sembiante ferale?

Quali i cieli, gli abissi del mare,
ove fiammeo arse quell’occhio?
Quale volo Egli volle azzardare?
Con qual mano osò stringere il fuoco?

Con qual arte e con quale vigore
ti furon torte le fibre del cuore?
E, quando quel cuore ebbe vita,
qual fu l’orma tremenda?...e quali le dita?

Quale l’incudine? quale il martello?
in qual fucina ti nacque il cervello?
Quali gli anelli che ardiron fermare
della tua mente l’orrore mortale?

Al dardeggiar delle prime facelle,
 che immerse la volta in un pianto di stelle,
dell’opra Sua Egli rise beato?
Chi ti fece è Colui che l’agnello ha creato?

Tigre! Tigre! che avvampi e risplendi,
che nelle selve notturne t’accendi,
oh, quale mano o pupilla immortale
osa plasmarti il sembiante ferale?

(William Blake/Roberto V. Di Pietro)



Ed ecco la versione originale di William Blake, da lui stesso illustrata

Non essendo chiaramente leggibile, qui sotto ne inserisco il testo:

Originale (inglese)

Tyger! Tyger! Burning bright
In the forests of the night:
What immortal hand or eye
Could frame thy fearful symmetry?
In what distant deeps or skies
Burnt the fire of thine eyes?
On what wings dare he aspire?
What the hand dare seize the fire?
And what shoulder, and what art,
Could twist the sinews of thy heart?
And when thy heart began to beat,
What dread hand? And what dread feet?
What the hammer? What the chain?
In what furnace was thy brain?
What the anvil? What dread grasp
Dare its deadly terrors clasp?
When the stars threw down their spears,
And water'd heaven with their tears:
Did He smile His work to see?
Did He who made the Lamb make thee?
Tyger! Tyger! Burning bright
In the forests of the night:
What immortal hand or eye
Dare frame thy fearful symmetry?

E quindi la versione in lingua italiana di Giuseppe Ungaretti

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l'immortale mano o l'occhio
Ch'ebbe la forza di formare la tua agghiacciante simmetria?
In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?
Quali spalle, quale arte
Poté torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano? Quale tremendo piede?
Quale mazza e quale catena?
Il tuo cervello fu in quale fornace?
E quale incudine?
Quale morsa robusta osò serrarne i terrori funesti?
Mentre gli astri perdevano le lance tirandole alla terra
e il paradiso empivano di pianti?
Fu nel sorriso che ebbe osservando compiuto il suo lavoro,
Chi l'Agnello creò, creò anche te?
Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale mano, quale immortale spia
Osa formare la tua agghiacciante simmetria?


Permettetemi un commento. Il testo originale del poeta inglese vissuto a cavallo tra il 1700 e il 1800 è chiaramente in rima. La traduzione di Ungaretti non lo è. Mentre Roberto Vittorio Di Pietro è riuscito a tradurla, senza modificarne il contenuto, donandole musicalità e soprattutto, creando la giusta rima, per non discostarsi dalla composizione dell'autore. Dal mio modesto punto di vista, la traduzione di Di Pietro è senz'altro migliore di quella dell'acclamato poeta Ungaretti. 
Danila Oppio

mercoledì, febbraio 24

Un nuovo disegno di Danila Oppio

Un disegno neppure ben riuscito, giusto per scaricare un po' di tensione!
Il divertimento è modificarlo con un programma che a volte lo rende migliore.
Titolo: Donna d'altri tempi
L'ultimo è l'originale